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The best is yet to come

Un anno di cinema /2

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Riprendendo la tradizione inaugurata l’anno scorso, la mia top ten tra i film usciti in Italia nel’anno 2012:

Shame (di Steve McQueen)

Moneyball – L’arte di vincere (di Bennett Miller)

Young Adult (di Jason Reitman)

Cesare deve morire (di Paolo e Vittorio Taviani)

Paradiso Amaro (di Alexander Payne)

Argo (di Ben Affleck)

Moonrise Kingdom (di Wes Anderson)

Hunger (di Steve McQueen)

Amour (di Michael Haneke)

Il Cavaliere Oscuro – Il ritorno (di Christopher Nolan)

 

Menzioni speciali:

George Harrison: Living in the material world (di Martin Scorsese)

Tutti i santi giorni (di Paolo Virzì)

Il sospetto (di Thomas Vinterberg)

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dicembre 24th, 2012 at 3:08 pm

Il Welfare State e il futuro di USA e Europa

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Fin dal titolo, il nuovo libro di Federico Rampini esprime una netta opinione su un tema che in questi ultimi anni ha coinvolto i paesi europei. “Non ci possiamo più permettere uno Stato sociale (Falso!)” è un pamphlet che tenta di respingere le accuse secondo cui il Welfare State è ormai un lusso, un tentativo di vivere sopra i nostri mezzi che il continente europeo, in queste settimane sprofondato di nuovo nella recessione da cui era faticosamente uscito nel 2009, non può più permettersi.

Residente negli Stati Uniti dal 2000, Rampini ha conosciuto, nella sua esperienza di inviato de La Repubblica, tre grandi sistemi: cinese, americano, europeo. Il libro vuole dimostrare che “il modello europeo è il migliore, per ragioni etiche-politiche ma anche per efficienza economica”.

La prima analisi riguarda l’opinione americana nei confronti dell’Europa: molti la considerano in declino perché statalista e assistenziale, perpetuando il luogo comune della bad opinion americana, e il complesso di inferiorità del vecchio continente. Per confermare questo trend, basta guardare l’ultima campagna presidenziale: il candidato repubblicano Mitt Romney ha criticato i paesi in crisi dell’Europa mediterranea, minacciando che le politiche economiche e sociali di Obama avrebbero condotto gli Stati Uniti a quello stesso risultato. Dalla sponda democratica, nonostante Obama e il suo braccio destro al tesoro Geithner abbiano nei mesi scorsi seguito con interesse le vicissitudini europee, si è scelto di non ribattere a quelle accuse e difendere gli storici alleati, preferendo ignorarle, forse condividendone lo spirito di fondo.

L’autore cita invece alcuni campi che fotografano le difficoltà del modello americano rispetto a quello europeo: 56,2 milioni di cittadini sotto la soglia di povertà, reddito medio di un maschio adulto regredito ai livelli del 1973, ceto medio impoverito. Nella terra dell’american dream la mobilità sociale va restringendosi: il 42% tra le persone che nascono nel 20% più povero vi rimane per tutta la vita (mentre in Danimarca solo il 25% non esce da quel livello di povertà, nel Regno Unito il 30%) e aumentano le disuguaglianze, poiché dal 1978 a oggi l’1% più ricco ha aumentato il proprio reddito del 256%, consolidando le proprie posizioni e “sequestrando”, dopo la fine ufficiale della recessione americana nel 2010, il 93% degli aumenti di reddito.

La causa principale, secondo Rampini, è un modello di welfare avaro, che non offre le stesse possibilità a tutti e non sostiene i più bisognosi. È un modello virtuoso per quanto riguarda la bassa tassazione e l’evasione quasi inesistente, ma che in cambio al contribuente offre davvero poco: scuole pubbliche di scarsa qualità, università costose, pensione minima (spesso da integrare con fondi ad hoc e maggiori anni di lavoro), trasporti pubblici inesistenti. L’autore sceglie invece i paesi del nord Europa come il modello da cui prendere esempio, per la qualità della scuola, la bassa disoccupazione giovanile e gli investimenti in formazione professionale (come nella flexicurity danese).

È Nouriel Roubini a spiegare che questo modello è ancora eticamente sostenibile: “nei paesi in cui i  cittadini che desiderano alta qualità dei servizi sono disposti a pagarne il prezzo sotto forma di tasse, l’assetto è solido. Il problema – dichiara l’economista in grado di prevedere la crisi dei mutui subprime nel 2008 – è in quei paesi che hanno alta spesa pubblica ma in questi anni non l’hanno finanziata con gettito fiscale adeguato, creando una bolla destinata a scoppiare”. Read the rest of this entry »

Avremo tutti i santi giorni, per noi

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Nella sua nuova opera “Tutti i Santi Giorni”, Paolo Virzì racconta la storia di Guido e Antonia, due innamorati che decidono di avere un bambino insieme. Riassunta così la trama, sembra l’Away We Go di Mendes in salsa italiana. Invece il talento dell’autore livornese inserisce perfettamente le vicende dei nostri nell’Italia del 2012: dalla piccola abitazione in una periferia romana che ricorda tanto quelle di “Tutta la Vita Davanti”, con tanto di vicini tamarri aspiranti concorrenti di reality, all’odissea per coronare il proprio sogno. Anche qui, passando tra luminari cattolici della vecchia scuola, comunità hippie dai metodi anti-convenzionali e arrivando infine alla spigliata dottoressa della fecondazione assistita, i due giovani affronteranno un complicato percorso che metterà alla prova il loro rapporto.

Guido e Antonia, infatti, sembrano insieme per caso: lui timido, impacciato, così colto che potrebbe aspirare a una carriera accademica all’estero, ma preferisce starsene tranquillo nel suo ruolo di portiere di notte in un hotel, dove può leggere in santa pace. Lei lunatica e instabile, schietta ma in fondo fragile, impiegata annoiata ma anche talentuosa autrice di splendide canzoni in inglese (che fanno da colonna sonora al film, visto che la protagonista femminile è nella realtà la cantante Thony).

Tratto dal convincente racconto “La Generazione“, di Simone Lenzi, “Tutti i santi giorni” è una bella storia d’amore, dolce e autentica, che inquadra da vicino due personaggi speciali nella noiosa routine italiana. Soprattutto Guido (interpretato dall’ottimo Luca Marinelli), “tenacemente e convintamente innamorato della sua donna”, sembra un personaggio d’altri tempi, dal lessico forbito e dai modi gentili e pazienti, anche di fronte ai difetti di Antonia, che continua a inseguire e a riprendere accanto a sè, perché accanto a sè non vuole nessun altra.

Paolo Virzì rimane una delle poche certezze del cinema italiano: dimostra, ancora una volta, di essere uno dei pochi artisti ad averci capito qualcosa di questi ultimi vent’anni: anche in una commedia meno “impegnata” delle precedenti, infatti, racconta la sua storia armonizzandola in punta di piedi con un contesto che è sempre specchio fedele della realtà. Quella realtà che nelle sue maggiori opere ha saputo comprendere e studiare, raccontare e parodiare. Questa volta solo in apparenza sembra prendersi una pausa, concentrandosi sui protagonisti. In sottofondo continua però a osservare l’oggi attraverso i loro occhi, riflettendo su questi ultimi anni che non sono solo da capire ma anche, forse e finalmente, da superare, come ha efficacemente raccontato in una intervista a Sky che è anche un invito per il futuro:

Sono convinto che come Guido e come Antonia ce ne siano tanti in giro: perché noi abbiamo sempre raccontato il peggio, ci siamo un po’ compiaciuti della gaglioffaggine, abbiamo immaginato che gli italiani nascano tutti puttanieri, tutti cialtroni e infingardi, e invece non credo sia così. Credo che ci sia anche di meglio in giro, e che esiste ciò che si racconta, e quindi raccontiamolo.

Written by pfp

novembre 19th, 2012 at 10:11 am

L’incontro di due camere separate

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Non è un caso che il sottoscritto e Don Domenico si siano conosciuti durante l’organizzazione di un evento per la città di Castenaso. La sensazione che ho avuto, fin dal primo momento, è stata quella di una persona impegnata, come me, al miglioramento e al salto di qualità del luogo in cui abita e agisce quotidianamente, in questo caso privilegiando ciò che riguarda l’ambito culturale e sociale. I risultati, specie per il sottoscritto, sono stati altalenanti, ma come ho detto fin dai primi momenti mi è parso di ritrovare in lui, fatto raro, quella voglia di migliorare la propria città che personalmente reputo un pregio fondamentale in una persona. La nostra giovane amicizia si è temprata lungo la pista ciclabile Castenaso-Marano, durante le affannose corse dello scorso inverno, impegnati, per quanto il fiato lo permettesse, a discutere di politica e letteratura (immagino che le due figure sopraccitate in movimento non sembrino al lettore così sinuose, ma mi piace pensare che due realtà così diverse votate a confrontarsi e a lottare coi propri evidenti limiti fisici lungo la campagna maranese rappresentino un’immagine piuttosto suggestiva).

Si è trattato finora di un confronto ricco di spunti, nonostante le diversità di vedute su alcuni temi. Terreno d’incontro fecondo è stato l’ambito letterario, passione comune e mansione di entrambi in ambito universitario, seppur in facoltà diverse. Nella sua tesi di licenza teologica, infatti, Domenico ha voluto esplorare il rapporto ricco di sfaccettature che lega letteratura e teologia. Per dimostrare che la prima è essenziale alla seconda, e tra le due è necessaria un’alleanza “perché ci sono cose che solo la letteratura può trasmettere con i propri mezzi specifici”, come spiega nell’introduzione al suo lavoro, citando Italo Calvino e le sue Lezioni americane:

Dato che in ognuna di queste conferenze mi sono proposto di raccomandare al prossimo millennio un valore che mi sta a cuore, oggi il valore che voglio raccomandare è proprio questo: in un epoca in cui i media velocissimi e di estesissimo raggio trionfano, e rischiano di appiattire ogni comunicazione in una crosta uniforme ed omogenea, la funzione della letteratura è la comunicazione tra ciò che è diverso in quanto diverso, non ottundendone bensì esaltandone la differenza, secondo la vocazione propria del linguaggio scritto.

Una letteratura che è libera espressione del sentimento e del pensiero dell’uomo, e “ciò significa che essa trascende da ogni utilità pratica”, precisa Domenico citando il premio Nobel Gao Xingjian, per evitare qualsiasi utilizzo distorto per fini ideologici o religiosi, ma piuttosto per favorire un’alleanza tra diversità per un obiettivo comune. Citando sempre Calvino e le sue lezioni:

La letteratura vive solo se si pone degli obiettivi smisurati, anche al di là di ogni possibile realizzazione. Solo se poeti e scrittori si proporranno imprese che nessun altro osa immaginare la letteratura continuerà ad avere una funzione. Da quando la scienza diffida delle spiegazioni generali e dalle soluzioni che non sono settoriali e specialistiche, la grande sfida per la letteratura è il saper tessere insieme i diversi saperi e i diversi codici in una visione plurima, sfaccettata del mondo.

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Four more years

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“America is not about what can be done for us, but what can be done by us”: Barack Obama ce l’ha fatta, di nuovo. Ha riconquistato la Casa Bianca con largo margine, quando i sondaggi della vigilia lo davano in vantaggio ma tallonato da Romney in molti swing states.

Sono stati mesi di intensa campagna elettorale, con duri scontri e numerosi attacchi, ma tutto è stato spazzato via nel momento in cui il quarantaquattresimo Presidente degli Stati Uniti è salito sul palco per salutare e ringraziare i suoi sostenitori: la profondità del suo discorso, la sua incisività pragmatica unita alla capacità di entusiasmare e suscitare emozioni, ha di nuovo disegnato un futuro diverso per l’America.

“The best is yet to come”, ha affermato Obama, “we are an American family, and we rise and fall together as one nation and as one people”: questa narrazione degli Stati Uniti è efficace anche per raccontare il suo percorso, Presidente accompagnato da grandi aspettative difficili da onorare, che in quattro anni ha raggiunto diversi successi ma incontrato anche parecchie difficoltà. Ha dovuto affrontare una polarizzazione del confronto politico, lui che non voleva parlare di red states o blue states, ma di United States. è stata una campagna dura, trasformata in un referendum sul suo nome, al di là delle responsabilità reali del suo lavoro. 582 giorni di nuovo in mezzo alla gente, a difendere il lavoro fatto e a proporre idee per il futuro, a consolare le vittime di Sandy, cercando di recuperare dall’inciampo del primo dibattito a Denver e dalle critiche per l’attacco di Bengasi. Il Presidente che doveva essere Messia e invece ha scelto consapevolmente di rischiare senza salvaguardare troppo il consenso unanime raccolto nel 2008, ha resistito al pressing nei sondaggi dello sfidante Romney e si è confermato, superando ogni traversia.

Abbracciando la sua Chicago, con parole piene di decisione e speranza ha lasciato intravedere di nuovo il giovane candidato del 2008, o addirittura del 2004, con in più tanta esperienza guadagnata sul campo, e la volontà di dialogare con gli avversari per trovare soluzioni comuni ai gravi problemi del paese. Obama è il quinto presidente democratico rieletto, dopo Jackson, Wilson, Roosevelt e Clinton. E proprio quest’ultimo deve ringraziare per l’aiuto prezioso durante una campagna che li visti ha finalmente uniti dopo i dissidi del 2008. Gli elettori, specialmente quelli del Midwest, hanno premiato il suo impegno per salvare l’industria dell’auto e gli sforzi per creare nuovi posti di lavoro. Obama è riuscito a conquistare la maggior parte degli stati in bilico, lasciando sul campo rispetto al 2008 solo Indiana e North Carolina.

Il partito repubblicano paga le posizioni ondivaghe di Romney, a cui va dato atto di averci provato fino all’ultimo, raccogliendo però un risultato al di sotto delle aspettative della vigilia. Il Gop ha ricevuto solo il 21% dei voti ispanici, non riuscendo a parlare a diverse fette di un elettorato che da un punto di vista demografico è in costante evoluzione. Probabilmente questa sconfitta aprirà a una resa dei conti nel partito, tra l’ala più oltranzista dei Tea Party e quella più moderata, il profilo grazie a cui Romney sembra aver recuperato terreno nei sondaggi intercettando il ceto medio e mettendo in ombra il vice Paul Ryan, scelta radicale rivelatasi errata, o comunque non complementare al suo profilo. Il candidato ha raccolto alte percentuali negli stati solidamente repubblicani, ma non ha convinto gli indecisi, perdendo, anche se di poco, il voto popolare.

Obama e il vice Joe Biden (AP Photo/Pablo Martinez Monsivais, da ilpost.it)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I cittadini hanno inoltre votato per rinnovare un terzo dei senatori (33 su 100) e l’intera Camera dei Rappresentanti, 435 membri. I democratici hanno mantenuto la maggioranza al Senato, conquistando alcuni seggi in precedenza repubblicani: in Indiana Joe Donnelly  ha sconfitto il repubblicano Richard Mourdock (divenuto ahinoi celebre, insieme al collega repubblicano Akin, anche lui sconfitto in Missouri, per alcune controverse dichiarazioni sull’aborto), e Elizabeth Warren ha battuto Scott Brown in Massachusetts nel seggio che fu di Ted Kennedy. A proposito di Kennedy, un membro della famiglia tornerà ad essere membro del Congresso dopo la morte di Ted nel 2009: si tratta di Joseph kennedy III, nipote di Bob e figlio dell’ex deputato Joe, che ha conquistato il seggio dello stato del Massachusetts alla Camera. Altra elezione importante è stata quella di Tammy Baldwin in Wisconsin, che sarà la prima senatrice americana dichiaratamente gay. I repubblicani mantengono il controllo di una camera, e saranno quindi decisivi nella trattativa per evitare il fiscal cliff, la difficile situazione che gli USA dovranno affrontare a fine 2012, quando scadranno gli incentivi fiscali introdotti nell’era Bush e si dovrà trovare un accordo sul tetto al debito per evitare tagli automatici alle spese e aumenti delle tasse, che potrebbero inficiare la già debole ripresa economica.

Obama ora cercherà di finire ciò che ha cominciato: con una economia in timida ripresa e un buon profilo internazionale, ma con la necessità di aver ancora molto da fare. Il Presidente ha già teso la mano a Romney, saranno altri quattro anni duri, in cui sarà necessario un dialogo tra i due partiti. Obama ha già dato prova di saper mediare tra le varie anime del Congresso, e nel suo secondo mandato sarà più libero di agire e osare per soluzioni più soddisfacenti a favore dei cittadini. Lo scenario non è cambiato, l’America è in difficoltà ma per molti, compreso il Presidente, continua a essere “the greatest country on earth”, e  può farcela. Ora Obama “parla con la storia”, come ha detto Maurizio Molinari, e nel suo discorso ha dimostrato che può ancora dare tanto all’America e al mondo: dopotutto, il meglio deve ancora arrivare.

Written by pfp

novembre 7th, 2012 at 1:50 pm

Come tenere vivo il sogno americano

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In questi mesi ho seguito con interesse il percorso che porterà, martedì 6 novembre, alla nomina del nuovo Commander in Chief degli Stati Uniti d’America, e svelerà finalmente il vincitore dell’avvincente duello che oppone il presidente in carica Barack Obama allo sfidante repubblicano Mitt Romney. Oltre a qualche commento estemporaneo sul mio profilo Twitter, e alcuni articoli sulle primarie repubblicane su Dailyblog (il sito è scomparso, ma potete trovare qualche mio contributo quiqui e qui) mi sono divertito a raccogliere qualche curiosità a stelle e strisce, in maggior parte video o foto, sul mio profilo di Google Plus. Immagino già le due rimostranze che avrete da farmi, ovvero che mi diverto con poco ma soprattutto che sono forse l’unico su questo pianeta che utilizza G+ con costanza, ma posso spiegare. Il titolo sotto cui ho raccolto queste “puntate” è evocativo, “Come tenere vivo il sogno americano”ma spesso non riguarda questioni troppo serie: si tratta semplicemente di una raccolta di azioni del presidente Obama, le più curiose e le più simpatiche ma anche quelle su cui pochi si erano sbilanciati prima di lui, quelle che in questi anni hanno tenuto alto il suo gradimento, specialmente al di fuori dei confini americani, al netto delle difficoltà incontrate dalle sue politiche economiche o delle frequenti critiche ricevute dall’opposizione repubblicana. Quelle azioni che hanno aiutato a migliorare il profilo internazionale dell’America dopo gli otto complicati anni di George W. Bush, e che hanno reso Obama il presidente più fotogenico, il più cool, uno degli aspetti grazie a cui all’estero e in alcune aree americane ha ricevuto un appoggio e una fiducia spesso incondizionata, al di là dei risultati non sempre positivi della sua presidenza. Per le riflessioni riguardo l’election day, quindi, rimando ai prossimi giorni. Intanto, però, in ordine non cronologico e senza criteri di scelta precisi, ecco tutte le puntate raccolte insieme.

 

Barack Obama canta il ritornello di Sweet Home Chicago” a un evento alla Casa Bianca

 

Il presidente premia Paul Mc Cartney durante i Kennedy Center Honors alla Casa Bianca (dove Sir Paul ha cantato Michelle)

 

Voglio sapere se i miei capelli sono proprio come i tuoi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(foto presa da Il Post, scattata dal fotografo ufficiale della Casa Bianca, Pete Souza)

 

La storica dichiarazione di supporto ai matrimoni gay del presidente, seguendo la vecchia regola del “When in trouble, go big”, che spiega qui Francesco Costa

The video cannot be shown at the moment. Please try again later.

 

Obama e Twitter, un grande amore ( “I’m the master tweeter!”)

 

Aung San Suu Kyi accolta nello studio ovale da Bo, il cane di famiglia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(foto da  www.whitehouse.gov)

 

Il presidente alle prese con la marshmellow gun

 

 

La risposta di Obama al “discorso alla sedia vuota” di Clint Eastwood alla Convention repubblicana di Tampa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(foto da www.globaldispatch.com)

 

Altra prova canora: si tratta di un omaggio ad Al Green, e alla sua Let’s stay together

 

I consigli per San Valentino

 

La visita al museo “Henry Ford” a Deaborn, in Michigan, in cui Obama si è seduto sull’autobus in cui il primo dicembre del 1955 Rosa Parks rifiutò di alzarsi e cedere il suo posto a un passeggero bianco.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(foto di Macon Phillips, responsabile New Media della Casa Bianca, presa da Il Post)

 

Anche i presidenti si divertono, ma serve il fotografo giusto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(foto di Pete Souza, prese da Il Post)

Written by pfp

novembre 3rd, 2012 at 12:20 pm

La tempesta di primavera

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“Fischia il vento, infuria la bufera”, risuonano le note dei canti partigiani, durante il pranzo dell’ANPI, a celebrare il 25 aprile di Castenaso. Le stesse parole, poco dopo, si leggeranno sul profilo twitter del sindaco Sermenghi, a testimonianza del clima infuocato delle ultime settimane, giunto al suo culmine in questa giornata, in attesa del consiglio comunale di giovedì sera. Non è un 25 aprile qualsiasi, perché precede un appuntamento importante, in cui tutti gli amministratori si aspettano accada qualcosa in grado di cambiare il corso di questa legislatura. Nel giorno della libertà i protagonisti della contesa si sono ritrovati nello stesso luogo, vicini di fatto ma lontanissimi politicamente, in attesa della resa dei conti, senza tradire nessun nervosismo né accennare qualche gesto di cortesia, al fine di stemperare la tensione. Può sembrare una cronaca romanzata, ma si allontana poco dalla realtà. La realtà, in questi tre anni di amministrazione, è sempre stata una nebulosa incertezza, formata da tanti aspetti, la maggior parte di essi estranei ai cittadini comuni, che hanno sempre avuto a che fare con le decisioni degli amministratori su scuole, tasse, manutenzione e bilanci. Oltre a questo però, la prima parte del mandato di questa giunta ha visto un proliferarsi di strategie politiche, progetti e discussioni, ma soprattutto un chiacchiericcio diffuso riguardo ai protagonisti della vita pubblica, in linea con le abitudini dei piccoli paesi di provincia, in un groviglio di scenari futuri, dissidi personali e recriminazioni sui più svariati temi. Qualcosa si è rotto, è chiaro da un po’, nella maggioranza di centro sinistra, e mai come  oggi nessuno fa più nulla per nasconderlo: l’appuntamento è per giovedì sera, in consiglio comunale, il consesso dove spesso si arriva con le decisioni già prese,  in cui questa volta la maggioranza sembra voler arrivare senza alcuna cautela: i panni sporchi si laveranno lì, anche se non è ancora dato sapere quali e quante criticità sarà necessario superare per andare avanti.

Le divisioni in seno alla maggioranza, con un sindaco che fin dall’inizio del suo mandato ha consultato meno frequentemente il suo partito per condividere le scelte soprattutto coi membri della giunta, non sono una novità: nel Pd succedeva anche nel mandato precedente, generando molti musi lunghi, proprio come succede ora. La novità è stata quella che le scelte della nuova amministrazione, al contrario della precedente, sono spesso coincise con le proposte dell’opposizione. Su molti temi l’amministrazione ha quindi trovato maggiore opposizione al suo interno piuttosto che nei banchi di destra in consiglio comunale, eccezione fatta per il Movimento 5 Stelle. Le divisioni nel centro sinistra in questi primi mesi del 2012 hanno subito una forte accelerazione. Dall’inizio dell’anno si sono susseguite voci riguardo alcuni avvicendamenti in giunta: il papabile, l’assessore Zerbini, è anche la persona indicata direttamente dal Pd in giunta, il che avrebbe significato mettere in discussione la scelta del partito di maggioranza provocando una spaccatura. Quando le acque sembravano essersi calmate, un’altra bomba è esplosa in via Gramsci: Paolo Angiolini, consigliere di maggioranza, ha deciso di non rinnovare la tessera del Pd, non riconoscendosi più nel suo progetto. In conformità a questa scelta, nelle settimane scorse ha comunicato ai colleghi la sua uscita dal gruppo. Angiolini, però, non ha intenzione di dimettersi: per rispetto al mandato elettorale creerà giovedì sera un altro gruppo, fuori dal centro sinistra e fuori dal Pd, sempre a sostegno di Sermenghi e della sua giunta. La ‘maggioranza bis’ è destinata a causare un cortocircuito: non è dato sapere se altri seguiranno Angiolini, decretando di fatto la fine dell’alleanza uscita vincitrice dalle elezioni del 2009. È facile immaginare chi possa aggiungersi a questa nuova creatura: le consigliere Alberoni e Da Re,  tra le principali sostenitrici della politica di Sermenghi, sono i due nomi più gettonati nel centro sinistra.Dallo schieramento di opposizione potrebbe arrivare il sostegno del consigliere Marzaduri, ex Ds e ora in forza alla lista di civica di centrodestra, che ufficiosamente avvallerebbe la creazione di un nuovo gruppo che potrebbe significare, facendo qualche conto, la nascita di una maggioranza che non coinvolgerebbe il Partito Democratico. Prima di urlare al ribaltone, è bene ricordare che le possibilità elencate sopra sono ipotesi, e l’unica uscita data per certa dal gruppo è quella di Angiolini. Non è dato sapere la reazione di Sermenghi a queste fuoriuscite: un nuovo gruppo di sostegno, di sponda con l’opposizione, potrebbe fargli comodo, in vista dell’importante votazione del nuovo regolamento urbano edilizio (RUE) e delle modifiche al discusso POC del 2009, compresa la scelta di permettere agli abitanti di Fiesso di costruire nuovi immobili su terreni di loro proprietà, possibilità che la lista di centro destra sollecita da anni, e su cui il Pd è più dubbioso.

Sembra chiaro che il Pd non vedrebbe di buon occhio la creazione di un nuovo gruppo misto sulle ceneri della vecchia maggioranza e se, oltre ad Angiolini, altri due consiglieri dovessero lasciare il gruppo, i dirigenti potrebbero aprire una crisi destinata a mietere vittime. Se fino a qualche mese fa i due sfidanti si sono confrontati a distanza dentro lo stesso campo, in attesa dei momenti decisivi, ora sembrano voler uscire allo scoperto e regolare i conti in sospeso. Prima di questo episodio si attendeva il 2014, in attesa che il Pd decidesse se puntare o meno su Sermenghi per un eventuale secondo mandato, magari prima affidandosi al responso delle primarie (col rischio di promuovere un referendum pro o contro il primo cittadino), o scegliesse di rivolgersi a un altro candidato. Senza dimenticare l’ipotesi fanta-politica che vedrebbe il sindaco candidarsi contro il Pd con una lista sostenuta dai transfughi della centro sinistra a e dai civici del centrodestra. Tutto passa ora in secondo piano, poiché sembra a rischio anche la fine di questo mandato, se come è ormai chiaro i nodi verranno al pettine e le questioni saranno risolte a costo di drammatiche rotture. Il consiglio di giovedì può essere il Big Bang che farà deflagrare il centro sinistra, o la prima tappa di un lento logoramento destinato più o meno a generare i medesimi effetti. Un equilibrio così delicato non può che rischiare in ogni momento di saltare per aria, e finora ognuno si è ben guardato di fare la prima mossa, conscio che in questa estenuante lotta chi rompe per primo firma la propria condanna. Il passo indietro di Angiolini rischia di accelerare i tempi poiché nessuno, specie il sindaco, sembra più disposto a continuare questo matrimonio fittizio. L’appuntamento del metà mandato conferma la tesi: la giunta presenterà in maggio, in un consiglio comunale ad hoc al cinema Italia, il lavoro fatto in questa prima parte di percorso, mentre il Pd è ancora impegnato nelle consultazioni con iscritti e simpatizzanti e rinvierà un bilancio del lavoro svolto a dopo l’estate.

Molte cose sono andate storte tra il sindaco e il partito che lo ha scelto per correre alle elezioni 2009: la ratifica del Poc, già approvato dalla giunta Baruffaldi, in seguito disconosciuto e criticato dal primo cittadino; l’indicazione della regione di far coincidere i distretti sanitari alle unioni comunali, che ha messo di fronte Castenaso a una scelta: o il distretto di pianura Est o l’associazione comunale con San Lazzaro e Ozzano, destinata a diventare unione dopo quasi dieci anni di collaborazione. La maggioranza ha scelto compatta di rimanere nel distretto e cambiare unione comunale entro il 2013, anche in questo caso sembra però che la volontà di Sermenghi di varare il cambio immediatamente si sia scontrata con l’input del sindaco di San Lazzaro, e del Pd provinciale, di promuovere un passaggio graduale;  La nuova proposta, a firma dell’assessore Biancoli, sul braccetto due bis della LungoSavena, che ha generato screzi con la provincia e anticipato la discussione sul nuovo percorso del Passante Nord, che coinvolgerebbe Villanova e su cui il sindaco si è detto totalmente contrario. Senza contare i proclami del primo cittadino contro l’inceneritore e le sue emissioni, aprendo alla proposta dei ‘grillini’ sul porta a porta. L’agenda amministrativa ha spesso sposato le tesi delle opposizioni prendendo in contropiede lo stesso Pd, ridotto a comparsa nelle scelte di governo, perso nelle divisioni di un gruppo consiliare poco attivo e spesso poco coinvolto dalla giunta.

I rapporti, anche personali, tra alcuni dirigenti del Pd (altresì membri del gruppo consiliare) e il gruppo legato al sindaco sono ormai irrecuperabili, tra accuse reciproche e dissidi su diverse tematiche: per il sindaco il partito è ancora legato alla precedente amministrazione, non si presta al confronto e non è al passo coi continui cambiamenti che questa crisi ha imposto agli enti locali. Secondo fonti provenienti dal partito, il sindaco fa proclami senza affrontare le questioni né condividere le decisioni con gli organi dirigenti e, nonostante asserisca di essere libero e controcorrente da imposizioni, avrebbe il sostegno di alcune personalità, in passato impegnate in ruoli di responsabilità all’interno della giunta, che influirebbero sulla sua azione amministrativa.

Molti cittadini dovrebbero essere messi a conoscenza dei meccanismi politici che anche a livello locale è normale incontrare, specie quelli che anticipano e spiegano un avvenimento di una certa entità. Nessuno sa cosa succederà al consiglio di giovedì, se le ipotesi sopra descritte si avverranno totalmente, in parte o per nulla. In realtà questo non è più importante. È necessario invece che le diatribe dentro la cosa pubblica, spesso inevitabili e in parte legittime, si risolvano in modo franco e senza ipocrisie, senza compromettere il percorso di legislatura votata dai cittadini. Forse si tratta di un auspicio fuori tempo massimo: motivo in più per cui, ora più che mai, i cittadini di Castenaso meritano chiarezza.

Aggiornamento: giovedì sera, al consiglio comunale, Paolo Angiolini è effettivamente uscito dal gruppo di centro sinistra, confermando, come già anticipato, il suo appoggio alla giunta e al sindaco. Dal primo cittadino Sermenghi, al capogruppo del Pd Magnani, al segretario Viti, tutti hanno espresso dispiacere per la scelta, lasciando le porte aperte alla possibilità di un eventuale ritorno, nel caso Angiolini cambiasse idea. Nessun altro, per ora, lo ha seguito, nonostante non manchino i segnali di irrequietezza da parte di altri consiglieri di maggioranza e anche di minoranza (un consigliere del gruppo Marchi Sindaco ha votato con il centrosinistra, nonostante la differente dichiarazione di voto del capogruppo). Nel giorno della resa dei conti l’atteggiamento dei contendenti è drasticamente cambiato, e lo spirito combattivo del 25 aprile ha lasciato spazio ai freddi calcoli e alle attente riflessioni sugli scenari futuri. Si sia trattato di un bluff, o di un’occasione mancata causa assenza di garanzie da parte dei protagonisti, la nascita di un’eventuale ‘maggioranza bis’ finora non si è verificata. Negli scenari locali non cambia nulla: l’obiettivo dell’articolo era descrivere il clima presente nella vita politica cittadina, clima che non è cambiato. Il rinvio delle decisioni drastiche non può che portare a due conclusioni. La prima è che il percorso del centro sinistra va avanti, non si sa per quanto, poiché un nuovo e partecipato gruppo misto avrebbe rappresentato la fine della maggioranza uscita dalle urne e un probabile stop ai lavori del consiglio da parte del Partito Democratico. La seconda riflessione non può che portare alla consapevolezza che il logoramento tra le due parti continua: non è dato ancora sapere fino a quanto potrà durare e a quali conseguenza porterà. Le diatribe interne al centro sinistra sono ben lontane da una soluzione e, che sia tra qualche settimana o nei mesi precedenti alle elezioni del 2014, sono destinate a tornare a galla. La speranza, come già ricordato, è che non interferiscano con l’azione amministrativa della giunta Sermenghi né sulle scelte che riguardano i cittadini di Castenaso. 

 

Written by pfp

aprile 26th, 2012 at 2:12 pm

Futuro cercasi

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Qualche mese fa è uscito un piccolo libro di Romano Prodi, “Futuro cercasi”. Gentilmente regalatomi da un caro amico, condivido qui alcuni pensieri tratti dall’opera, sull’Europa, sulla politica, sul futuro.

 

 I governi europei dovrebbero capire che la loro nazione, intesa come nazione che corre da sola, in questo mondo è finita. Se le nazioni europee, pur conservando la loro la propria identità, procedessero con progetti comuni, avrebbero invece un enorme spazio. Quando spiego ai miei studenti all’estero l’Unione Europea, con i suoi errori, le sue occasioni, dico che l’Europa tutta insieme è il più grande mercato del mondo, il più grande esportatore del mondo, accumula il più alto reddito del mondo, ma che agendo separatamente i paesi che la compongono non avranno la forza di conservare questo livello di ricchezza per il futuro. Se si unisce può trascinare il mondo, perché abbiamo ancora capacità tecnologiche, e allora possiamo davvero offrire ai giovani una strada.

 

Facendo un esame di coscienza, alla nostra generazione cosa si può imputare rispetto alla situazione attuale della giovane generazione?

Moltissimo: quella di non avere capito che tutte le energie andavano investite nella scuola. Questo è quello che secondo me si deve imputare, perché noi abbiamo ritenuto la scuola come una specie di routine e invece il domani è tutto fondato sul sapere. Inoltre, con il nostro cattivo esempio, li abbiamo allontanati dalla politica. L’idea che si possa fare senza politica fa morir dal ridere: la politica è il luogo delle decisioni che stanno ben al di sopra dell’economia. Anche se la parola ha assunto un significato sporco, un significato deteriore, cosa c’è di più grande della politica?

Quindi come fare perché la politica acquisti di nuovo appeal per i giovani?

Prima di tutto, rompere la catena che si è creata. La cattiva politica ha determinato l’allontanamento dei giovani dalla politica. è quindi necessario che i giovani, tutti insieme, capiscano che la loro partecipazione alla vita politica, con tutti i problemi che comporta, è indispensabile per la loro stessa ascesa, per la loro affermazione.  Quando parlo di giovani e politica io non parlo soltanto di età. Parlo anche di freschezza intellettuale e di autonomia personale. Se un giovane entra in politica semplicemente perché fa il portaborse di uno più anziano non è un giovane, ma è un portaborse. Entra come anziano. La maggior parte dei nostri giovani sono entrati in politica come anziani. Quante volte ho detto ad alcuni giovani promettenti: “affermati prima nella tua professione”; “Entra forte con un tuo ruolo”, perché se poi ti va male, se poi trovi dei momenti duri – perché la politica è dura – “tu possiedi una tua professione e puoi salvare la tua dignità anche nei momenti difficili”. Se non hai questa forza sarai sempre vecchio, perché sarai sempre nelle mani di qualcuno. Questo i giovani che entrano in politica non lo capiscono quasi mai: il fascino della carriera prende anche loro. Entrano in quello che è il grande guaio della democrazia occidentale, quello che si chiama “il corto periodo”, ovvero pensare solo all’oggi, pensare solo alle elezioni. Dato che siamo sempre sotto elezioni, non pensiamo mai al domani, ma solo all’oggi. E il giovane  entra in politica con questa idea di costruirsi il consenso per il successo di oggi. In questo modo non aiuterà mai se stesso e i suoi coetanei a crescere. Quello che dico ai giovani è: entrate in politica, ma non da vecchi. Perdete una battaglia dietro l’altra, ma accumulate forza ed esperienza, perché quando vincerete, vincerete voi, non per conto di altri. Ecco, questo secondo me è il rapporto giusto fra i giovani e la politica. 

Tratto dal capitolo “Un cuore di industria e lavoro nel futuro dell’Europa”:

 Prima di parlare dei problemi del nostro Paese vorrei ricordare a tutti che questa Europa è ancora il numero uno al mondo per Prodotto Interno Lordo, per produzione industriale, per esportazione e potremmo continuare con altri campi in cui tutti assieme siamo il numero uno nel mondo. è certo una consolazione, ma fa anche molta rabbia vedere come questi primati non contino nulla dal punto di vista politico. Siamo il numero uno in tanti campi ma stiamo perdendo il contatto con la storia Le nostre potenzialità sono ancora forti ma si stanno indebolendo giorno per giorno. Se leggiamo le cifre della crisi e analizziamo i dati degli ultimi anni l’Europa è quella che va più adagio e che si riprende più lentamente: non abbiamo né il ritmo asiatico né quello americano. La media della crescita europea è infinitamente più bassa se confrontata a quella di questi continenti. La crisi è stata generata dagli Stati Uniti ma scuote soprattutto l’Europa, proprio perché qui è mancata la forza delle decisioni politiche necessarie per reagire di fronte alle difficoltà. Arrivata la crisi noi abbiamo potuto assistere agli interventi di sostegno dell’economia da parte degli altri paesi, ma non abbiamo avuto alcun intervento organizzato da parte europea. Così ogni paese della Ue ha messo in atto la propria politica, e ogni rapporto con gli altri Paesi è stato dominato dall’accusa reciproca di non avere i bilanci in ordine. In questa maniera si insiste più sul freno che sulla spinta in avanti, per motivi assolutamente comprensibili; la divisione e l’aggressività della speculazione internazionale rende la politica dei governi , per definizione, conservatrice. Questa è la nostra prima assimetria nei confronti dei gravi problemi economici in cui ci troviamo: la mancanza di una politica industriale , fiscale e di bilancio che non solo sappia affrontare le emergenze – penso al caso della Grecia – ma che sappia dare al sistema la spinta di cui ha bisogno. 

( … ) La nostra moneta unica, condizione essenziale della nostra forza futura, è entrata in un periodo di gravissima crisi. Da questa crisi si uscirà perché nessuno ha interesse che l’euro scompaia. Vorrei tuttavia ricordare che solo con l’euro la Germania ha cominciato ad accumulare un enorme surplus nella propria bilancia commerciale. Mi auguro perciò che la Germania non ceda al populismo montante di molti suoi cittadini ma persegua semplicemente i suoi interessi di lungo periodo. Per la Germania il costo della solidarietà è molto inferiore rispetto ai guadagni a lei derivanti dall’esistenza della moneta unica.

 

 

note: immagine da ilsussidiario.net

Written by pfp

febbraio 2nd, 2012 at 5:30 pm

Attenti a quel duo

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Continua il viaggio di Eu tra le realtà musicali più interessanti del panorama italiano. Dopo i Ministri, ecco i Bud Spencer Blues Explosion.

 

 

Chi ha detto che tre è il numero perfetto? La Scolastica medievale sbagliava a quanto pare, forse perché ancora non aveva conosciuto i Bud Spencer Blues Explosion. Avete capito bene, “BUD SPENCER” e non Jon Spencer Blues Explosion, quella é tutt’altra roba! I Bud Spencer Blues Explosion (o “BSBE”, se andate di fretta) sono un dinamico duo (chitarra e batteria) che sta velocemente emergendo dal sottobosco musicale italiano. Potenti e ruvidi trasformano ogni performance live in un evento memorabile. E voi direte “ok eu, ti credo sulla parola, ma come fanno in due?”. Facile, avendo dalla loro parte una tecnica e una chimica che raramente si trovano oggi nel Bel Paese, da due si trasformano in un migliaio, tant’è che dopo le prime note sembra di avere davanti una big band (vabbè, ho esagerato, ma il concetto l’avete colto). I due ragazzi partendo da radici blues dure ramificano melodie che spaziano dal rock in stile White Stripes alle sonorità più dolci che ammiccano al cantautorato nostrano; il frutto di questo amalgama sono un ottimo album che propone pezzi grezzi e ritmati intervallati da ballads molto orecchiabili. Il massimo lo si raggiunge nella dimensione live: Adriano Viterbini (chitarra e voce) e il compagno Cesare Petulicchio (batteria e percussioni) non si risparmiano, e chi era quest’estate alla fiera di San Lazzaro ad assistere insieme a me al loro concerto, totalmente gratuito, se n’è fatto un’idea. Si vede che alla base di tutto c’è una chimica e una tacita intesa che trasforma la performance in un botta e risposta di virtuosismi musicali, in un gioco di sguardi divertito e divertente.

 

 

Altra caratteristica curiosa del gruppo è l’ironia nascosta tanto nei testi quanto nella musica. A partire dal nome del gruppo, passando per frasi come “mio padre è sempre stato vergine”, fino ad arrivare ad una passione per le cover che li porta a stravolgere Hey Boy Hey Girl (dei Chemical Brothers) in un pezzo rock, o a rileggere Killing In The Name (dei Rage Against The Machine) in chiave country.
Ultimamente sono usciti con un nuovo disco “Do it” (“Dio odia i tristi”, e anche con questo titolo si sorride), che ha già avuto ottime recensioni. Spero di avervi messo ancora una volta la pulce nell’orecchio…

CERCATEVI:

  • Happy (ep)
  • Bud Spencer Blues Explosion
  • A Fuoco Lento (live)
  • Do It

Written by pfp

gennaio 25th, 2012 at 7:18 pm

Tutto da rifare?

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Il South Carolina si rivela fatale per il favorito Mitt Romney, sconfitto da Newt Gingrich nello stato che potrebbe riaprire la corsa alla nomination. Romney si avviava a conquistare il terzo stato su tre dall’inizio della contesa, ma in pochi giorni il riconteggio dei voti gli ha tolto la vittoria in Iowa (ieri ufficialmente assegnata a Santorum), e il recupero di Gingrich il trionfo in South Carolina, lasciandogli il solo New Hampshire. “Three states, three winners, one great country”, per usare le parole di Rick Santorum, un evento mai verificatosi nelle primarie repubblicane. Dal 1980, chi ha vinto qui ha poi conquistato la nomination repubblicana. è troppo presto per affermare che la regola sarà valida anche per Gingrich, ma è chiaro che l’ex speaker della Camera consegue un risultato straordinario, non si accontenta del recupero al fotofinish, e stravince: più di 230 mila voti, pari al 41%, che scavano un abisso tra sè e il 27% di Romney. Seguono a ruota Santorum, con il 17%, e il fanalino di coda Ron Paul, al 13%.

Nonostante il South Carolina sia uno stato molto conservatore, si è arrivati a questa tappa con un Romney in grande vantaggio, reduce dalla vittoria in New Hampshire. Le critiche riguardanti il suo rifiuto di pubblicare la dichiarazione dei redditi, insieme al sostegno dell’elettorato ai candidati più conservatori (fondamentale il ruolo delle chiese evangeliche, spine nel fianco per il mormone Romney), hanno fatto calare in fretta il suo gradimento nei sondaggi, dove è stato raggiunto da Gingrich prima del dibattito di giovedì a Charleston.

In questa occasione il neo vincitore ha dimostrato la sua abilità oratoria, mettendo in difficoltà l’ex governatore del Massachusetts e rispedendo al mittente, con veemenza, le domande della stampa sulla sua turbolenta vita affettiva (è al terzo matrimonio). Questa mossa ha risvegliato nei militanti del Gop un odio mai sopito: quello verso la stampa, accusata di essere faziosa e pro Obama. Gingrich, osannato dal pubblico per quello che è stato definito “l’attacco ai media più duro della storia elettorale americana”, è balzato in testa ai sondaggi, facendo presa sull’elettorato e riaprendo una corsa che fino a poche settimane fa lo vedeva prossimo al ritiro. Il 43% degli elettori avrebbe deciso chi votare negli ultimi giorni, in concomitanza con l’exploit di Gingrich, che ha sfruttato l’alta affluenza alle urne (oltre 500 mila persone). Addirittura la maggior parte dei network americani lo ha decretato vincitore alla chiusura delle urne, sulla base dei soli exit poll.

 

 

Nei discorsi seguenti al voto, Romney ha continuato a definirsi l’unico in grado di battere Obama, senza rendersi conto che dovrà sporcarsi le mani, soprattutto nei dibattiti, per rafforzare la sua corsa alla nomination, ora per nulla scontata. Resta il candidato più organizzato e credibile, ma è chiaro come basti un risultato negativo per far riaffiorare nell’elettorato conservatore i molti dubbi sulla sua candidatura, sostenuta più  dall’establishment del partito che dal reale entusiasmo dei militanti. Gingrich invece ha cercato di monetizzare fin da subito il successo, complimentandosi con gli altri candidati e cercando l’appoggio ufficiale di Santorum e dei Tea Party, presentandosi come l’uomo in grado di unire le tante anime del partito. Ha criticato le scelte energetiche e la politica estera di Obama, definendolo “così debole che fa sembrare Jimmy Carter forte”. Ha ammesso di non avere le possibilità economiche e organizzative di Romney, ma si è detto convinto che, come dimostrato in South Carolina, “people power with the right ideas beats big money.”

Il prossimo appuntamento è in Florida, dove si vota il 31 gennaio. Nel frattempo i quattro candidati si sfideranno in due dibattiti televisivi, il 23 gennaio a Tampa (organizzato dalla NBC), e il 26 gennaio a Jacksonville (organizzato dalla CNN). In questo stato l’elettorato dovrebbe essere più congeniale a Romney, nonostante l’ex governatore Jeb Bush, membro di una delle più importanti famiglie repubblicane, nemica giurata di Gingrich, ha dichiarato oggi di voler rimanere neutrale, negando un endorsement a Romney che pareva scontato. La Florida assegna 50 delegati (ne servono più di mille per avere la maggioranza assoluta alla convention del partito) ed è un appuntamento importante, molto più degli early states, buoni soprattutto a tastare il polso dell’elettorato. Gli ultimi sondaggi vedono Romney avanti, con una distanza spesso in doppia cifra, ma dopo il South Carolina tutto è stato rimesso in discussione. Se Gingrich continua su questa strada, raccogliendo fondi e credibilità, può impensierirlo. Sarebbe fondamentale per lui riuscire ad attirare su di sé l’elettorato più vicino a Tea Party e chiese evangeliche, al di là di un eventuale ritiro di Santorum, che in Florida può ancora dire la sua. Rimane l’ultimo contendente, Ron Paul: non ha nessuna possibilità di raggiungere la nomination, ma continua la sua corsa da ‘indipendente’, senza alcuna intenzione di farsi da parte.

In questi giorni si rincorrono voci secondo cui possa esserci spazio per un nuovo candidato, soprattutto nel caso in cui Romney non riuscisse a mantenere il vantaggio in Florida e l’establishment non volesse virare su Gingrich. Il nome nuovo potrebbe essere il governatore dell’Indiana Mitch Daniels, che ha più volte smentito una sua discesa in campo ma che nei prossimi giorni godrà di molta visibilità in tutto il paese (avrà il compito di replicare al discorso sullo stato dell’Unione del presidente). L’ipotesi sembra lontana dalla realtà, ma il risultato di oggi ci dimostra come le primarie siano ricche di sorprese. Il cammino dei candidati continua, c’è ancora un favorito ma i rapporti di forza stanno cambiando. La Florida, da questo punto di vista, sarà crocevia fondamentale per le speranze dei contendenti.

Written by pfp

gennaio 22nd, 2012 at 3:18 pm