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Up patriots to arms

Bologna Valley

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Il pezzo di seguito è stato scritto per  ’ Linkiesta ‘ circa un mese fa: non ho ancora ricevuto un feedback dalla redazione, lo condivido qui nel frattempo. Si tratta di un viaggio, interessante seppur parziale, nel mondo delle start up di Bologna. Il panorama della nostra città è molto ricco, nonostante spesso non se ne parli abbastanza. Datemi un parere sul pezzo e condividetelo, se vi va.

 

“Il motivo per cui abbiamo scelto di rimanere a fare impresa qui? Lo hai davanti” , confida Massimo Ciociola guardando Piazza Santo Stefano, “quello della Silicon Valley è un falso mito: nessun paese come l’Italia è così ‘inspiring’ , e chi gestisce una start up è sottoposto a così tante pressioni che ha bisogno di una buona qualità della vita per rendere al meglio”. Ciociola, ‘padre’ degli startupper bolognesi, è personaggio fuori dal comune: a soli vent’anni crea Wireless Solutions, acquistata da Dada nel 2003. Negli anni seguenti lavora per l’azienda di Firenze viaggiando in tutto il mondo, e nel gennaio 2010 comincia a lavorare alla sua nuova creatura: MusiXmatch. Dopo aver notato che la  parola ‘lyrics’ è la più cliccata su google (oltre 350 milioni di ricerche al mese), Musixmatch crea il più grande database al mondo di distribuzione legale dei testi, stringendo accordi con le maggiori case discografiche, sviluppando un giro d’affari che va dagli Stati Uniti a Israele; l’idea piace, e il fondo Francesco Micheli Associati (il cofondatore di Fastweb) decide di investirvi 2.5 milioni di dollari: “agli imprenditori di questo tipo non importa nulla di manovre, scioperi e di ciò che avviene in questo paese, non ‘ci impatta’. Abbiamo uffici a Singapore, a Londra e a San Francisco, internet permette di bypassare i confini, lavorando in tutto il mondo ma continuando a vivere in una città dall’alta qualità della vita come Bologna”.

La tesi di Ciociola sposa i pregi del nostro paese ignorandone le difficoltà istituzionali e politiche, come vivesse in un altro luogo: “un po’ di amarezza per la situazione odierna resta. Tremonti taglia sviluppo e ricerca mentre ad esempio in Francia, dal 2007, si registrano dieci miliardi di investimenti in nuove imprese, dopo che Sarkozy ha deciso di detassare i venture capital e ha offerto loro la liquidità della cassa depositi. Questo paese ha le potenzialità giuste, e Bologna tutte le carte in regola per diventare un ecosistema florido per le start up”. La locale università resta un polo di attrazione fortissimo per le giovani menti, ma la città sembra non accorgersi delle tante realtà nate dal nulla sul territorio: come quella di Giacomo ‘Peldi’ Guilizzoni, che un paio d’anni fa con la sua Balsamiq Mockups ha creato il primo programma di grafica per assemblare interfaccia utenti e mettere in digitale la struttura di un software o un sito, raggiungendo subito un grande successo e rimanendo a vivere a Bologna, mentre la sede della sua attività si trova a San Francisco.

Lavorano a Bologna anche i ragazzi di Mopapp, che hanno ideato un programma che permette agli sviluppatori di applicazioni di monitorare le performance dei loro prodotti su più negozi on line,fornendo un unico spazio dove controllare i diversi parametri che misurano le loro prestazioni. Il lavoro è valso ai tre giovani, Alessandro Rizzoli, Federico Sita e Marco Bellinaso, il premio europeo Microsoft BizSpark, vinto a Bruxelles lo scorso giugno.

Altra realtà del panorama bolognese è Spreaker, una social web radio dove tutti i contenuti e i palinsesti sono creati dagli utenti e dove si possono condividere idee, approfondire dibattiti, informare ed informarsi a tempo di musica. È notizia di qualche settimana fa, ripresa da numerosi media americani molto interessati al progetto, che i due soci principali, Francesco Baschieri e Daniele Cremonini, hanno ricevuto un secondo round di finanziamenti da 1,1 milioni di dollari. Nel frattempo hanno aperto una sede a San Francisco, lavorando comunque a Bologna e cercando di fare per l’audio ciò che Youtube ha fatto per i video, fornendo uno strumento semplice e a disposizione dell’utente, utlizzato anche dai ribelli libici e dagli indignados spagnoli per diffondere i loro racconti via web.

Il panorama bolognese è davvero ricchissimo: da Mavigex, che lavora nel settore della mobile tv, a Mexage, specializzata in servizi sulla tecnologia wireless radiomobile, fino a Maptoapp, il cui servizio web consente agli utenti di creare la propria guida turistica personalizzata per Iphone e Android, e che nei mesi scorsi ha realizzato l’applicazione della guida per il Comune di Bologna. La città, che sabato 17 settembre ha inaugurato  il più grande Apple Store in un centro storico italiano, sembra non capire che questi ragazzi possono dare vita a una piccola ‘valley’, se solo avessero la possibilità di fare network e trovassero sinergie con le realtà locali. In realtà un incubatore esiste, si trova alla facoltà di agraria e si chiama Almacube: è stato lanciato nel 2001 dall’università di Bologna, dalla fondazione Cassa di Risparmio e dalla fondazione Almamater, e i numeri parlano di circa cinquanta realtà imprenditoriali supportate in dieci anni, con oltre dieci milioni di euro di fatturato: “il nostro è un consorzio di imprese senza fini di lucro, che offre un luogo di lavoro e incontro alle giovani start up”, racconta il referente Fabrizio Bugamelli, “la realtà è che il tema dell’innovazione d’impresa non è mai permeato nel tessuto della città, manca da parte delle istituzioni il tentativo di coordinare i movimenti e offrire  progetti ambiziosi da condividere con gli attori protagonisti”.

“Almacube è una realtà conveniente”, racconta Francesco Baschieri di Spreaker,  “ Il problema di fondo e’ che ospita aziende che non hanno troppo in comune e quindi non si riescono a creare sinergie. Occorrerebbe uno spazio di co working dedicato alle aziende Consumer Web, dove pensare di inventare qualcosa avendo ambizioni globali. Un open space dove sia possibile incontrarsi e scambiare pareri ed esperienze in un cammino comune, un Pier 38 in salsa bolognese”.

“La mentalità sta cambiando anche qui”, confessa Federico Sita di Mopapp, “la spinta viene dalle tante persone che ci stanno provando dal basso, senza una regia pubblica. A un certo punto del cammino, però, serve un sostegno da parte delle istituzioni, magari non tramite finanziamenti (su cui gli enti esigono delle garanzie), ma offrendo un luogo in cui poter lavorare, eventi a tema sponsorizzati e sostenuti e una rete di professionisti fruibile facilmente, per far fronte alla mole di burocrazia che regna in questo paese”.

In tal senso, alcuni giovani imprenditori hanno intrecciato un dialogo con l’assessore regionale Muzzarelli, su cui finora non ci sono stati sviluppi. Servono passi concreti: creare un fondo di investimento misto pubblico privato, enti locali che garantiscano la burocrazia necessaria per aprire una srl in poco tempo e dedichino una parte dei propri bandi alle start up, e fondi di garanzia per ottenere crediti bancari. La città continua a far finta di nulla, quando potrebbe essere un centro di investimento importante in materia, osservando l’alternarsi di sindaci disinteressati o assenti, fino all’odierno primo cittadino Virginio Merola: “piuttosto che perdersi nelle solite polemiche”, conclude Ciociola, “organizzi a Bologna un festival delle start up da tutto il mondo, attragga talenti qui e ci offra uno spazio dove lavorare. Vogliamo confrontarci pubblicamente con amministratori così incompetenti sui temi della tecnologia, che per dimostrare di conoscere il web pensano basti un tweet o un check-in su four square. Bologna oggi è una città ferma. nel 1995, quando arrivai dalla Puglia, era il posto migliore dove avere un’idea: è tempo che  ritorni ad esserlo”.

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