Sulla via di casa
Sulle tracce di Luciano Bianciardi, e lui magari neanche vuole farsi trovare.
Parto la mattina presto, assaporando i colori dell’alba, zoppicando sul cammino del ritorno, perso nei vetri offuscati di vecchi treni, sono l’unico passeggero di una stazione dimenticata, la più bella.
Non so se riuscirò a mantenere i miei impegni, i dubbi sono spariti ma rimane un continuo e permanente stato di allerta, in cui ciò che sei è determinato solamente da ciò che fai e farai. Siamo nati senza futuro e forse se l’avessimo avuto ci saremmo lamentati lo stesso, anche se resta il dubbio di aver fatto qualche errore di calcolo e che i problemi possano riaffiorare da un momento all’altro. Bilanci e riflessioni, senza riuscire a lasciarsi stare, pensando a sé stessi mentre si pensa ad altro, al mattino presto seduti in un vagone isolato.
Luciano e i suoi libri, letti e riletti, Luciano e le sue fondazioni, esplorate in lungo e in largo senza capire cosa non sappiamo ancora, così incerti a parlare di qualsiasi argomento senza vederne ogni latitudine, Luciano strumento di analisi di tutto un paese, e di tutta un’età, a cui non riusciamo ancora a dare risposte.
Camminando a Brera con quella pioggia leggera, invisibile e fastidiosa, sforzandosi di essere moderni senza chiederci perché non avevamo già capito tutto, seduti al Giamaica che non sembra neanche più lui, seduti a bere e a parlare perché giocare a carte scoperte è troppo pericoloso, persi in un sentiero nascosto.
Restiamo tutti in fila per avere indietro i nostri pensieri, come quella notte che avevo troppa paura fosse tutto vero per chiudere gli occhi, e rimpiangevo l’autunno e il sole nuvoloso dell’estate. Per abitudine intento a giudicarmi senza giudicare, intento a compatirmi perché gli altri hanno smesso di farlo, accorgendomi che tutto quello che mi hanno insegnato è sbagliato, è dentro i nostri sogni ciò che dobbiamo sconfiggere.
Magari un sei gennaio a caso Bianciardi lo ha passato proprio così, in treno, verso il servizio militare, verso l’università a Pisa, scendendo a Roma o tornando a Milano, in viaggio tra la provincia grossetana e il west.
Salire a Milano per far saltare un vecchio grattacielo, scendere a Roma a incontrare un nuovo amore, la biblioteca di Grosseto e il cineforum, il partito d’azione e quello dell’anarchia, Milano e le promesse di Feltrinelli, Milano e quella vita agra così affascinante, per gli altri. La guerra fatta e persa, l’esilio in Liguria, sempre pronto ad aprire il fuoco. Ma il sentiero si fa sempre più irto e stretto, perché stiamo sognando un tempo inesistente, o forse questo è solo un viaggio senza il tempo.
Magari Luciano lasciava spaziare liberi i pensieri nella mente, osservando da un treno come questo la sua terra ancora più selvaggia di oggi, quella terra che continuava a salutare ma che non riusciva a dimenticare, a cui continuava a dire arrivederci e mai addio. I cipressi sorridenti e le stazioni in mezzo al nulla, le stazioni da cui non sale mai nessuno, ma in cui bisogna fermarsi, sempre. Ripartiamo ma non sarà più lo stesso, ripartiamo con un peso sullo stomaco, vecchie case colorate e un po’ di suolo ancora da consumare, bisogna ripensare e valorizzare, ogni viaggio è come un miraggio da desiderare.
È la Maremma di Bianciardi, negli anni in cui meglio andar pei campi e non pensare, sopra un treno troppo rumoroso, l’Ombrone da guadare e gli arbusti abbandonati, davanti a un cielo corrucciato in attesa delle stelle, ripensando alle giovinezze passate qui, gli uomini forti e disillusi con l’amarezza in bocca da una vita, lo sguardo perso a guardare questo treno correre attorno a queste colline verso il nulla.
Sono gli anni in cui si aspettano tutti qualcosa da noi, e noi chissà.
Sono gli anni in cui ci invitano tutti a fare qualcosa, e noi ‘forse’.
Sono gli anni che ‘devi tenere botta’ , mentre magari le aspettative erano altre.
Gli anni impegnati a uscire dalla mancanza di alternative, aspettando il cambio di treno che sembra non arrivare mai, con il cielo che chiude gli occhi e le parole che si diradano: gli anni in cui, anche quando la base non è abbastanza solida, non riusciamo a non pensare di voler partire di nuovo.
