Archive for the ‘cinema & musica’ Category
Un anno di cinema /2
Riprendendo la tradizione inaugurata l’anno scorso, la mia top ten tra i film usciti in Italia nel’anno 2012:
Shame (di Steve McQueen)
Moneyball – L’arte di vincere (di Bennett Miller)
Young Adult (di Jason Reitman)
Cesare deve morire (di Paolo e Vittorio Taviani)
Paradiso Amaro (di Alexander Payne)
Argo (di Ben Affleck)
Moonrise Kingdom (di Wes Anderson)
Hunger (di Steve McQueen)
Amour (di Michael Haneke)
Il Cavaliere Oscuro – Il ritorno (di Christopher Nolan)
Menzioni speciali:
George Harrison: Living in the material world (di Martin Scorsese)
Tutti i santi giorni (di Paolo Virzì)
Il sospetto (di Thomas Vinterberg)
Avremo tutti i santi giorni, per noi
Nella sua nuova opera “Tutti i Santi Giorni”, Paolo Virzì racconta la storia di Guido e Antonia, due innamorati che decidono di avere un bambino insieme. Riassunta così la trama, sembra l’Away We Go di Mendes in salsa italiana. Invece il talento dell’autore livornese inserisce perfettamente le vicende dei nostri nell’Italia del 2012: dalla piccola abitazione in una periferia romana che ricorda tanto quelle di “Tutta la Vita Davanti”, con tanto di vicini tamarri aspiranti concorrenti di reality, all’odissea per coronare il proprio sogno. Anche qui, passando tra luminari cattolici della vecchia scuola, comunità hippie dai metodi anti-convenzionali e arrivando infine alla spigliata dottoressa della fecondazione assistita, i due giovani affronteranno un complicato percorso che metterà alla prova il loro rapporto.
Guido e Antonia, infatti, sembrano insieme per caso: lui timido, impacciato, così colto che potrebbe aspirare a una carriera accademica all’estero, ma preferisce starsene tranquillo nel suo ruolo di portiere di notte in un hotel, dove può leggere in santa pace. Lei lunatica e instabile, schietta ma in fondo fragile, impiegata annoiata ma anche talentuosa autrice di splendide canzoni in inglese (che fanno da colonna sonora al film, visto che la protagonista femminile è nella realtà la cantante Thony).
Tratto dal convincente racconto “La Generazione“, di Simone Lenzi, “Tutti i santi giorni” è una bella storia d’amore, dolce e autentica, che inquadra da vicino due personaggi speciali nella noiosa routine italiana. Soprattutto Guido (interpretato dall’ottimo Luca Marinelli), “tenacemente e convintamente innamorato della sua donna”, sembra un personaggio d’altri tempi, dal lessico forbito e dai modi gentili e pazienti, anche di fronte ai difetti di Antonia, che continua a inseguire e a riprendere accanto a sè, perché accanto a sè non vuole nessun altra.
Paolo Virzì rimane una delle poche certezze del cinema italiano: dimostra, ancora una volta, di essere uno dei pochi artisti ad averci capito qualcosa di questi ultimi vent’anni: anche in una commedia meno “impegnata” delle precedenti, infatti, racconta la sua storia armonizzandola in punta di piedi con un contesto che è sempre specchio fedele della realtà. Quella realtà che nelle sue maggiori opere ha saputo comprendere e studiare, raccontare e parodiare. Questa volta solo in apparenza sembra prendersi una pausa, concentrandosi sui protagonisti. In sottofondo continua però a osservare l’oggi attraverso i loro occhi, riflettendo su questi ultimi anni che non sono solo da capire ma anche, forse e finalmente, da superare, come ha efficacemente raccontato in una intervista a Sky che è anche un invito per il futuro:
Sono convinto che come Guido e come Antonia ce ne siano tanti in giro: perché noi abbiamo sempre raccontato il peggio, ci siamo un po’ compiaciuti della gaglioffaggine, abbiamo immaginato che gli italiani nascano tutti puttanieri, tutti cialtroni e infingardi, e invece non credo sia così. Credo che ci sia anche di meglio in giro, e che esiste ciò che si racconta, e quindi raccontiamolo.
Attenti a quel duo
Continua il viaggio di Eu tra le realtà musicali più interessanti del panorama italiano. Dopo i Ministri, ecco i Bud Spencer Blues Explosion.
Chi ha detto che tre è il numero perfetto? La Scolastica medievale sbagliava a quanto pare, forse perché ancora non aveva conosciuto i Bud Spencer Blues Explosion. Avete capito bene, “BUD SPENCER” e non Jon Spencer Blues Explosion, quella é tutt’altra roba! I Bud Spencer Blues Explosion (o “BSBE”, se andate di fretta) sono un dinamico duo (chitarra e batteria) che sta velocemente emergendo dal sottobosco musicale italiano. Potenti e ruvidi trasformano ogni performance live in un evento memorabile. E voi direte “ok eu, ti credo sulla parola, ma come fanno in due?”. Facile, avendo dalla loro parte una tecnica e una chimica che raramente si trovano oggi nel Bel Paese, da due si trasformano in un migliaio, tant’è che dopo le prime note sembra di avere davanti una big band (vabbè, ho esagerato, ma il concetto l’avete colto). I due ragazzi partendo da radici blues dure ramificano melodie che spaziano dal rock in stile White Stripes alle sonorità più dolci che ammiccano al cantautorato nostrano; il frutto di questo amalgama sono un ottimo album che propone pezzi grezzi e ritmati intervallati da ballads molto orecchiabili. Il massimo lo si raggiunge nella dimensione live: Adriano Viterbini (chitarra e voce) e il compagno Cesare Petulicchio (batteria e percussioni) non si risparmiano, e chi era quest’estate alla fiera di San Lazzaro ad assistere insieme a me al loro concerto, totalmente gratuito, se n’è fatto un’idea. Si vede che alla base di tutto c’è una chimica e una tacita intesa che trasforma la performance in un botta e risposta di virtuosismi musicali, in un gioco di sguardi divertito e divertente.
Altra caratteristica curiosa del gruppo è l’ironia nascosta tanto nei testi quanto nella musica. A partire dal nome del gruppo, passando per frasi come “mio padre è sempre stato vergine”, fino ad arrivare ad una passione per le cover che li porta a stravolgere Hey Boy Hey Girl (dei Chemical Brothers) in un pezzo rock, o a rileggere Killing In The Name (dei Rage Against The Machine) in chiave country.
Ultimamente sono usciti con un nuovo disco “Do it” (“Dio odia i tristi”, e anche con questo titolo si sorride), che ha già avuto ottime recensioni. Spero di avervi messo ancora una volta la pulce nell’orecchio…
CERCATEVI:
- Happy (ep)
- Bud Spencer Blues Explosion
- A Fuoco Lento (live)
- Do It
Un anno di Cinema
Prendendo spunto dalla gradevole abitudine del buon Mattia Carzaniga, elenco qui i miei dieci titoli preferiti tra quelli usciti in Italia nell’anno solare 2011. Lungi dall’ergermi a critico, provo comunque a stilare un breve bilancio dell’anno cinematografico, arte seguita per insana passione da diversi anni, tra i tanti festival e l’attività di proiezionista al cinema di Castenaso.
A mio parere si è trattato di un anno inferiore, come quantità di opere cinematografiche, al 2010. Ciò non toglie il valore di alcuni lavori usciti dai vari festival, dall’iraniano ‘Una Separazione‘, Orso d’oro a Berlino, a ‘The Tree of Life‘ di Terrence Malick, premiato a Cannes dalla giuria presieduta da Robert De Niro. Per il cinema italiano, proprio Cannes è stato il palcoscenico del ritorno di due grandi registi: Nanni Moretti con lo stupendo ‘Habemus Papam’ (Moretti ne parla qui) e ‘This Must Be The Place‘, film di uno dei registi italiani più interessanti, Paolo Sorrentino (qui, sempre da Fazio). Al Festival di Venezia invece, oltre alla solita dose di fischi e sghignazzi per un film italiano a caso (quest’anno è toccato alla Comencini), l’Italia ha presentato alcune opere interessanti,da ‘L’ultimo Terrestre‘ di Gipi Pacinotti a ‘Terraferma‘ di Emanuele Crialese, premio speciale della giuria. Sempre sul fronte italiano, oltre al ritorno del maestro Ermanno Olmi e alla consueta opera annuale di Pupi Avati, si sono messi in evidenza alcuni giovani registi, da Alice Rohrwacher con ‘Corpo Celeste’, a Ivan Cotroneo, col convincente ‘La Kryptonite nella Borsa’. Le uscite sul mercato italiane, sia indigene che straniere, hanno spesso risentito di momenti di stanca: i momenti più interessanti sono stati i primi mesi dell’anno, con le consuete uscite nel periodo della cerimonia degli Oscar (tra febbraio e marzo sono usciti ‘La versione di Barney’, il pluripremiato ‘Il Discorso del Re’, ‘Il Cigno Nero’ di Darren Aronofsky e infine il film, mediocre, che ha permesso a Christian Bale di vincere l’Oscar come miglior attore non protagonista, ‘The Fighter’), poi si è navigato a vista fra tanti sbadigli, accogliendo però le ottime e sopracitate proposte uscite da Cannes, e i film italiani presentati a Venezia, insieme all’ottimo ‘Carnage‘ di Roman Polanski, uno dei migliori film del 2011. Il periodo natalizio è come al solito servito per lanciare sugli schermi i blockbuster, anche se tutto il movimento ha risentito della crisi del momento, che ha colpito finalmente anche i celebri cinepanettoni. Rare eccezioni sono state rappresentate dal poetico ‘Midnight in Paris‘ del maestro Woody Allen e della novità ‘The Artist‘, che promette di far parlare di sè anche oltreoceano nei prossimi mesi, specialmente in quel teatro di Los Angeles dove assegnano ogni anno le famose statuette. Un film, in conclusione, che ha sorpreso tutti è stato sicuramente ‘Drive‘ di Nicolas Winding Refn, con Ryan Gosling. il film è un incontro tra l’action movie e il drammatico, e mette in campo una fotografia e una colonna sonora, per opere di questo genere, molto sofisticate e mai banali. ‘Drive’ è sicuramente il simbolo, come rifletteva l’amico Enrico, di una continua commistione tra generi, che porta i registi ad affrontare le storie in maniera nuova e ricercata, cercando ritmi che escano dall’immaginario collettivo dei generi e possano creare nuovi punti di vista.
Di seguito trovate la top ten, elencate senza ordini precisi, di getto. Fatemi sapere cosa ne pensate. Nel frattempo è già cominciata la corsa agli Oscar 2012, e dal 4 gennaio vedremo in Italia uno dei possibili protagonisti: ‘J.Edgar‘, il biopic di Clint Eastwood sull’ex direttore dell’Fbi J. Edgar Hoover, interpretato da Leonardo Di Caprio. Il cinema non si ferma mai, buon anno e buona visione.
- Il Discorso del Re (Tom Hooper)
- Il Grinta (Joel e Ethan Coen)
- Habemus Papam (Nanni Moretti)
- This Must be The Place (Paolo Sorrentino)
- Drive (Nicolas Winding Refn)
- Midnight in Paris (Woody Allen)
- Carnage (Roman Polanski)
- Sherlock Holmes, Gioco di Ombre (Guy Ritchie)
- Terraferma (Emanuele Crialese)
- The Artist (Michel Hazanavicius)
Menzioni speciali: A Dangerous Method, I Ragazzi Stanno Bene, La Kryptonite nella Borsa, La Versione di Barney
(note: l’immagine è tratta da blog.panorama.it)
“Ho sempre considerato la realtà un luogo piuttosto gramo dove vivere, ma è anche l’unico posto dove ti puoi procurare del cibo cinese”
The video cannot be shown at the moment. Please try again later.
Il natale non è una data, è uno stato d’animo
Da qualche anno, in questo periodo, cerco di raccogliere alcune canzoni in un cd che regalo agli amici: non è solo un modo per risparmiare sui regali, ma anche una bella sfida per chi come me, appassionato di musica ma non troppo esperto, mescola insieme diversi generi e autori, cercando un risultato il più equilibrato possibile. La copertina, cioè la foto che vedete qui sopra, è di Luca Bortolotti, uno in gamba.
Non sono in grado di esprimere un parere sulla tracklist, giudicate voi. Intanto trovate qui sotto le canzoni, insieme ai consigli di un tizio che di queste cose se ne intende, il personaggio di un libro molto bello, e di un film un po’ meno bello.
Ah dimenticavo, auguri.
Charles Atlas – The Snow Before Us ( ‘Up In The Air’ soundtrack)
Beirut – East Harlem (The Rip Tide)
Ryan Adams – Dirty Rain (Ashes & Fire)
Eddie Vedder . Hard Sun (‘Into The Wild’ soundtrack)
John Lennon – Jealous Guy (Anthology disc 1)
Eeels – That Look You Give That Guy (Hombre Lobo)
Regina Spektor – Us (Soviet Kitsch)
The National – About Today (Cherry Tree)
Radiohead – Let Down (OK Computer)
George Harrison – Run Of The Mill (All Things Must Pass)
Beirut – Port Of Call (The Rip Tide)
Wilco – Muzzle Of Bees (A Ghost Is Born)
Morrissey – You Should Have Been Nice To Me ( Southpaw Grammar)
The Arcade Fire – Une Année Sans Lumiere (Funeral)
Page One
Venerdì scorso, la redazione tutta del blog si è diretta in quel di Ferrara, al festival di Internazionale . Un gradito appuntamento che, ormai da cinque anni, offre un’ampia visione sul giornalismo mondiale, ospitando cronisti da tutto il globo, arricchendo la tre giorni con la proiezione di documentari, concerti e presentazioni di libri. L’intero evento è gratuito, e si svolge nella bellissima cornice offerta dalla città estense. Dopo un passaggio al chiostro piccolo di San Paolo, per dare un’occhiata al tg del Post , ci siamo diretti al cinema Boldini, per la programmazione di due documentari: Page One e Tahrir.
“Page One – Inside the New York Times” è la splendida descrizione di un anno di vita all’interno della redazione più famosa del mondo. Un anno fondamentale per il destino della carta stampata: la bancarotta del gruppo Tribune ( editore, tra gli altri, del Los Angeles Times ), l’adozione del paywall per il quotidiano on line del NYT, l’arrivo di Ipad, lerivelazioni di Wikileaks, le entrate dalla pubblicità in caduta libera in tutti i quotidiani del mondo. “Non sappiamo quando arriverà la fine, ma ormai appare a tutti certa” , è il mantra che circola per la redazione.
Il regista Andrew Rossi entra nella sede della New York Times Company, l’imponente edificio realizzato da Renzo Piano nella parte occidentale del Midtown di Manhattan, e mostra la quotidianità della testata più famosa: la routine della vita di redazione, il lavoro dei cronisti, il dramma dei prepensionamenti e dei licenziamenti. il risultato è un’opera di raro interesse, accolta però in maniera contrastante negli Stati Uniti: lo stesso Times ha accuratamente evitato di far recensire il documentario ai propri, inflessibili, critici, affidandolo a un giornalista esterno, che lo ha prontamente stroncato. La storia è coinvolgente, specie per gli addetti ai lavori e gli appassionati dell’argomento, ma risulta apprezzabile anche ai neofiti della carta stampata: si tratta di un punto d’osservazione privilegiato sul destino di una delle parti fondanti di una democrazia, vissuta all’interno del suo organo più autorevole e stimato.
Oltre a raccontare la nascita della testata, il regista si focalizza su alcuni personaggi: Bill Keller, executive editor ( sostituito nel frattempo da Jill Abramson, prima donna dopo 160 anni alla guida del NYT ) e Bruce Headlam, media editor, si soffermano entrambi sui tagli al personale fatti nel 2009 (più di cento licenziamenti) e riflettono sull’insicurezza che pervade il mondo dei giornali dopo la crisi mondiale. Tra i cronisti, il giovane Brian Stalter sottolinea l’importanza di Twitter per i giornalisti (lui lo ha usato per documentare la dieta con cui ha perso più di quaranta chili), mentre Tim Arango racconta il suo lavoro di inviato speciale in Afghanistan. Il protagonista assoluto è ovviamente David Carr, reporter fuori dalle righe, assunto al Times dopo quasi vent’anni di tossicodipendenza: guardandolo può sembrare sia capitato in quel luogo per caso, invece il suo humour disilluso sulla crisi dei giornali offre una migliore prospettiva dei problemi, riconducendo il dibattito a una realtà che necessita di cambiamento, piuttosto che di abbandonarsi alla disperazione in attesa della fine. L’onestà di Carr si evince dalla sua inchiesta sul fallimento del gruppo Tribune, dove difende a spada tratta i giornalisti delle testate coinvolte, vittime del suicidio finanziario di Sam Zell.
“E se il Times fallisse?” è una domanda che più d’uno tra i protagonisti del documentario azzarda, ma le riflessioni lucide nelle battute finali, tra cui quella di Carl Bernstein, sottolineano come sarà sempre necessario un giornalismo che raccoglie le notizie sul campo, le seleziona e ne verifica l’attendibilità. Un giornalismo ben fatto, come quello del Times, necessita solo di adeguarsi alle nuove esigenze (l’esperimento dell’accesso a pagamento alla gran parte dei contenuti web, dopo sei mesi, sembra funzionare), e non potrà mai scomparire.
Fortunatamente Il direttore di Internazionale , Giovanni De Mauro , ha dichiarato prima della proiezione che Feltrinelli ha acquistato i diritti del film per l’Italia, e lo distribuirà dal 2012, magari con qualche contenuto speciale come è solita fare. Quindi ne riparleremo sicuramente, se riuscite dateci un’occhiata.
Terraferma
Un ottimo lavoro di Emanuele Crialese, che guarda realmente alla realtà del nostro paese, a un’isola ‘senza nome’ perché banalizzare un problema, confinandolo in un angolo, significa ignorare che la questione riguarda l’Italia intera. Una fotografia stupenda, aiutata dalla natura selvaggia, un rapporto tra tre generazioni sempre in bilico, dalle leggi del mare a quelle della pubblicità. Un premio della giuria a Venezia meritato, da un festival spesso avaro di premi verso i connazionali.
Parlano bene del film anche Pietro , che si focalizza sul rapporto sentimento umano/legge, mentre Pippo ricorda come in questo caso sia necessario uscire dal cinema senza retorica, né pregiudizi.
Io resto incantato a guardare quei fondali, la forza delle immagini fa scorrere il film leggero e non pecca di ripetitività, anzi tocca con garbo le drammatiche realtà quotidiane di questo lembo di terra, la complessità dei sentimenti che riguardano i rapporti umani.
In chiusura, cullati delle onde, la voce di Sophie Hunger. Le vent nous portera.
La 25° ora
Ieri sera, dopo il decimo anniversario dell’undici settembre, mi è capitato di rivedere questo film, e mi sono ricordato di averci scritto una cosa qualche tempo fa, che condivido.
Chiedendo a qualcuno del film del 2002 di Spike Lee “La 25° Ora”, chiedendo a chi l’ha visto di parlarvi di qualche scena che l’ha colpito, molti probabilmente citerebbero il monologo del video sopra, recitato al suo alter ego allo specchio dal protagonista dentro il bagno del bar del padre. Il protagonista, Montogomery “Monty” Brogan, si trova a dover affrontare le ultime ventiquattro ore di libertà, dopo cui lo aspettano sette anni di carcere per spaccio di droga. Decide allora di risolvere i suoi conti in sospeso cercando di capire chi l’ha tradito, passando gli ultimi momenti col padre, la fidanzata Naturelle e gli amici Jakob e Francis, uscendo dal giro del proprio boss. Monty è un personaggio insieme così dolce ma così duro, e l’immagine in cui si rispecchia il film è la sua sagoma disincantata che vaga per New York assieme al suo cane Doyle(trovato qualche anno prima ferito per strada e salvato di sua iniziativa), in un rapporto di amore-odio con la città, che ha il suo punto più alto nel monologo già citato.
Tratto dal romanzo di David Benioff e presentato al festival di Berlino, vi si osserva nella sceneggiatura la prima particolarità: il libro si svolge prima dell’undici settembre, ma la storia del film è trasportata nei mesi immediatamente successivi, diventando una delle prim pellicole ambientate nella città dopo l’attentato alle Twin Towers, addirittura il primo a mostrare Ground Zero. Questo avviene poiché, spiega il regista, “realizzando il film pochi mesi dopo questo avvenimento, il dovere era di farlo come fosse un commento, una rappresentazione di una città dove la gente vuole semplicemente vivere la propria vita” : un omaggio personale da parte del regista all’amata New York, un documentario girato con gli occhi della realtà. Una New York descritta in tutta la sua cupezza, fin dalla scena iniziale in cui appaiono le luci azzurrognole proiettate nel cielo al posto delle torri, e in tante immagini, in mille istantanee di una città ferita quasi a morte, che si è rialzata e ha reagito, che a parole cerca di andare avanti, ma che nei fatti mostra ancora una ferita aperta e difficile da rimarginare.
Il coraggio, però, l’orgoglio di appartenere a qualcosa di più si evince in questo film più che in ogni altro di Spike Lee: il padre di Monty che dice “tu sei un newyorkese, ce l’hai nelle vene questa città, e ovunque tu andrai nulla potrà cambiare questo fatto” e il dialogo tra Francis e Jakob in cui il primo , abitando di fianco a Ground Zero dichiara, “non me ne andrò mai da qui, neanche se Bin Laden lanciasse un aereo contro il palazzo di fianco”; sono dichiarazioni d’amore importanti, decisive, che rappresentano tutta la forza d’animo di otto milioni persone che hanno reagito a un colpo da K.O, urlando a gran voce “noi di qui non ce ne andiamo”,e testimoniando il fatto che la storia personale di ogni cittadino è anche quella della città e viceversa. Read the rest of this entry »



