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Il Welfare State e il futuro di USA e Europa
Fin dal titolo, il nuovo libro di Federico Rampini esprime una netta opinione su un tema che in questi ultimi anni ha coinvolto i paesi europei. “Non ci possiamo più permettere uno Stato sociale (Falso!)” è un pamphlet che tenta di respingere le accuse secondo cui il Welfare State è ormai un lusso, un tentativo di vivere sopra i nostri mezzi che il continente europeo, in queste settimane sprofondato di nuovo nella recessione da cui era faticosamente uscito nel 2009, non può più permettersi.
Residente negli Stati Uniti dal 2000, Rampini ha conosciuto, nella sua esperienza di inviato de La Repubblica, tre grandi sistemi: cinese, americano, europeo. Il libro vuole dimostrare che “il modello europeo è il migliore, per ragioni etiche-politiche ma anche per efficienza economica”.
La prima analisi riguarda l’opinione americana nei confronti dell’Europa: molti la considerano in declino perché statalista e assistenziale, perpetuando il luogo comune della bad opinion americana, e il complesso di inferiorità del vecchio continente. Per confermare questo trend, basta guardare l’ultima campagna presidenziale: il candidato repubblicano Mitt Romney ha criticato i paesi in crisi dell’Europa mediterranea, minacciando che le politiche economiche e sociali di Obama avrebbero condotto gli Stati Uniti a quello stesso risultato. Dalla sponda democratica, nonostante Obama e il suo braccio destro al tesoro Geithner abbiano nei mesi scorsi seguito con interesse le vicissitudini europee, si è scelto di non ribattere a quelle accuse e difendere gli storici alleati, preferendo ignorarle, forse condividendone lo spirito di fondo.
L’autore cita invece alcuni campi che fotografano le difficoltà del modello americano rispetto a quello europeo: 56,2 milioni di cittadini sotto la soglia di povertà, reddito medio di un maschio adulto regredito ai livelli del 1973, ceto medio impoverito. Nella terra dell’american dream la mobilità sociale va restringendosi: il 42% tra le persone che nascono nel 20% più povero vi rimane per tutta la vita (mentre in Danimarca solo il 25% non esce da quel livello di povertà, nel Regno Unito il 30%) e aumentano le disuguaglianze, poiché dal 1978 a oggi l’1% più ricco ha aumentato il proprio reddito del 256%, consolidando le proprie posizioni e “sequestrando”, dopo la fine ufficiale della recessione americana nel 2010, il 93% degli aumenti di reddito.
La causa principale, secondo Rampini, è un modello di welfare avaro, che non offre le stesse possibilità a tutti e non sostiene i più bisognosi. È un modello virtuoso per quanto riguarda la bassa tassazione e l’evasione quasi inesistente, ma che in cambio al contribuente offre davvero poco: scuole pubbliche di scarsa qualità, università costose, pensione minima (spesso da integrare con fondi ad hoc e maggiori anni di lavoro), trasporti pubblici inesistenti. L’autore sceglie invece i paesi del nord Europa come il modello da cui prendere esempio, per la qualità della scuola, la bassa disoccupazione giovanile e gli investimenti in formazione professionale (come nella flexicurity danese).
È Nouriel Roubini a spiegare che questo modello è ancora eticamente sostenibile: “nei paesi in cui i cittadini che desiderano alta qualità dei servizi sono disposti a pagarne il prezzo sotto forma di tasse, l’assetto è solido. Il problema – dichiara l’economista in grado di prevedere la crisi dei mutui subprime nel 2008 – è in quei paesi che hanno alta spesa pubblica ma in questi anni non l’hanno finanziata con gettito fiscale adeguato, creando una bolla destinata a scoppiare”. Read the rest of this entry »
Four more years
“America is not about what can be done for us, but what can be done by us”: Barack Obama ce l’ha fatta, di nuovo. Ha riconquistato la Casa Bianca con largo margine, quando i sondaggi della vigilia lo davano in vantaggio ma tallonato da Romney in molti swing states.
Sono stati mesi di intensa campagna elettorale, con duri scontri e numerosi attacchi, ma tutto è stato spazzato via nel momento in cui il quarantaquattresimo Presidente degli Stati Uniti è salito sul palco per salutare e ringraziare i suoi sostenitori: la profondità del suo discorso, la sua incisività pragmatica unita alla capacità di entusiasmare e suscitare emozioni, ha di nuovo disegnato un futuro diverso per l’America.
“The best is yet to come”, ha affermato Obama, “we are an American family, and we rise and fall together as one nation and as one people”: questa narrazione degli Stati Uniti è efficace anche per raccontare il suo percorso, Presidente accompagnato da grandi aspettative difficili da onorare, che in quattro anni ha raggiunto diversi successi ma incontrato anche parecchie difficoltà. Ha dovuto affrontare una polarizzazione del confronto politico, lui che non voleva parlare di red states o blue states, ma di United States. è stata una campagna dura, trasformata in un referendum sul suo nome, al di là delle responsabilità reali del suo lavoro. 582 giorni di nuovo in mezzo alla gente, a difendere il lavoro fatto e a proporre idee per il futuro, a consolare le vittime di Sandy, cercando di recuperare dall’inciampo del primo dibattito a Denver e dalle critiche per l’attacco di Bengasi. Il Presidente che doveva essere Messia e invece ha scelto consapevolmente di rischiare senza salvaguardare troppo il consenso unanime raccolto nel 2008, ha resistito al pressing nei sondaggi dello sfidante Romney e si è confermato, superando ogni traversia.
Abbracciando la sua Chicago, con parole piene di decisione e speranza ha lasciato intravedere di nuovo il giovane candidato del 2008, o addirittura del 2004, con in più tanta esperienza guadagnata sul campo, e la volontà di dialogare con gli avversari per trovare soluzioni comuni ai gravi problemi del paese. Obama è il quinto presidente democratico rieletto, dopo Jackson, Wilson, Roosevelt e Clinton. E proprio quest’ultimo deve ringraziare per l’aiuto prezioso durante una campagna che li visti ha finalmente uniti dopo i dissidi del 2008. Gli elettori, specialmente quelli del Midwest, hanno premiato il suo impegno per salvare l’industria dell’auto e gli sforzi per creare nuovi posti di lavoro. Obama è riuscito a conquistare la maggior parte degli stati in bilico, lasciando sul campo rispetto al 2008 solo Indiana e North Carolina.
Il partito repubblicano paga le posizioni ondivaghe di Romney, a cui va dato atto di averci provato fino all’ultimo, raccogliendo però un risultato al di sotto delle aspettative della vigilia. Il Gop ha ricevuto solo il 21% dei voti ispanici, non riuscendo a parlare a diverse fette di un elettorato che da un punto di vista demografico è in costante evoluzione. Probabilmente questa sconfitta aprirà a una resa dei conti nel partito, tra l’ala più oltranzista dei Tea Party e quella più moderata, il profilo grazie a cui Romney sembra aver recuperato terreno nei sondaggi intercettando il ceto medio e mettendo in ombra il vice Paul Ryan, scelta radicale rivelatasi errata, o comunque non complementare al suo profilo. Il candidato ha raccolto alte percentuali negli stati solidamente repubblicani, ma non ha convinto gli indecisi, perdendo, anche se di poco, il voto popolare.
I cittadini hanno inoltre votato per rinnovare un terzo dei senatori (33 su 100) e l’intera Camera dei Rappresentanti, 435 membri. I democratici hanno mantenuto la maggioranza al Senato, conquistando alcuni seggi in precedenza repubblicani: in Indiana Joe Donnelly ha sconfitto il repubblicano Richard Mourdock (divenuto ahinoi celebre, insieme al collega repubblicano Akin, anche lui sconfitto in Missouri, per alcune controverse dichiarazioni sull’aborto), e Elizabeth Warren ha battuto Scott Brown in Massachusetts nel seggio che fu di Ted Kennedy. A proposito di Kennedy, un membro della famiglia tornerà ad essere membro del Congresso dopo la morte di Ted nel 2009: si tratta di Joseph kennedy III, nipote di Bob e figlio dell’ex deputato Joe, che ha conquistato il seggio dello stato del Massachusetts alla Camera. Altra elezione importante è stata quella di Tammy Baldwin in Wisconsin, che sarà la prima senatrice americana dichiaratamente gay. I repubblicani mantengono il controllo di una camera, e saranno quindi decisivi nella trattativa per evitare il fiscal cliff, la difficile situazione che gli USA dovranno affrontare a fine 2012, quando scadranno gli incentivi fiscali introdotti nell’era Bush e si dovrà trovare un accordo sul tetto al debito per evitare tagli automatici alle spese e aumenti delle tasse, che potrebbero inficiare la già debole ripresa economica.
Obama ora cercherà di finire ciò che ha cominciato: con una economia in timida ripresa e un buon profilo internazionale, ma con la necessità di aver ancora molto da fare. Il Presidente ha già teso la mano a Romney, saranno altri quattro anni duri, in cui sarà necessario un dialogo tra i due partiti. Obama ha già dato prova di saper mediare tra le varie anime del Congresso, e nel suo secondo mandato sarà più libero di agire e osare per soluzioni più soddisfacenti a favore dei cittadini. Lo scenario non è cambiato, l’America è in difficoltà ma per molti, compreso il Presidente, continua a essere “the greatest country on earth”, e può farcela. Ora Obama “parla con la storia”, come ha detto Maurizio Molinari, e nel suo discorso ha dimostrato che può ancora dare tanto all’America e al mondo: dopotutto, il meglio deve ancora arrivare.
La tempesta di primavera
“Fischia il vento, infuria la bufera”, risuonano le note dei canti partigiani, durante il pranzo dell’ANPI, a celebrare il 25 aprile di Castenaso. Le stesse parole, poco dopo, si leggeranno sul profilo twitter del sindaco Sermenghi, a testimonianza del clima infuocato delle ultime settimane, giunto al suo culmine in questa giornata, in attesa del consiglio comunale di giovedì sera. Non è un 25 aprile qualsiasi, perché precede un appuntamento importante, in cui tutti gli amministratori si aspettano accada qualcosa in grado di cambiare il corso di questa legislatura. Nel giorno della libertà i protagonisti della contesa si sono ritrovati nello stesso luogo, vicini di fatto ma lontanissimi politicamente, in attesa della resa dei conti, senza tradire nessun nervosismo né accennare qualche gesto di cortesia, al fine di stemperare la tensione. Può sembrare una cronaca romanzata, ma si allontana poco dalla realtà. La realtà, in questi tre anni di amministrazione, è sempre stata una nebulosa incertezza, formata da tanti aspetti, la maggior parte di essi estranei ai cittadini comuni, che hanno sempre avuto a che fare con le decisioni degli amministratori su scuole, tasse, manutenzione e bilanci. Oltre a questo però, la prima parte del mandato di questa giunta ha visto un proliferarsi di strategie politiche, progetti e discussioni, ma soprattutto un chiacchiericcio diffuso riguardo ai protagonisti della vita pubblica, in linea con le abitudini dei piccoli paesi di provincia, in un groviglio di scenari futuri, dissidi personali e recriminazioni sui più svariati temi. Qualcosa si è rotto, è chiaro da un po’, nella maggioranza di centro sinistra, e mai come oggi nessuno fa più nulla per nasconderlo: l’appuntamento è per giovedì sera, in consiglio comunale, il consesso dove spesso si arriva con le decisioni già prese, in cui questa volta la maggioranza sembra voler arrivare senza alcuna cautela: i panni sporchi si laveranno lì, anche se non è ancora dato sapere quali e quante criticità sarà necessario superare per andare avanti.
Le divisioni in seno alla maggioranza, con un sindaco che fin dall’inizio del suo mandato ha consultato meno frequentemente il suo partito per condividere le scelte soprattutto coi membri della giunta, non sono una novità: nel Pd succedeva anche nel mandato precedente, generando molti musi lunghi, proprio come succede ora. La novità è stata quella che le scelte della nuova amministrazione, al contrario della precedente, sono spesso coincise con le proposte dell’opposizione. Su molti temi l’amministrazione ha quindi trovato maggiore opposizione al suo interno piuttosto che nei banchi di destra in consiglio comunale, eccezione fatta per il Movimento 5 Stelle. Le divisioni nel centro sinistra in questi primi mesi del 2012 hanno subito una forte accelerazione. Dall’inizio dell’anno si sono susseguite voci riguardo alcuni avvicendamenti in giunta: il papabile, l’assessore Zerbini, è anche la persona indicata direttamente dal Pd in giunta, il che avrebbe significato mettere in discussione la scelta del partito di maggioranza provocando una spaccatura. Quando le acque sembravano essersi calmate, un’altra bomba è esplosa in via Gramsci: Paolo Angiolini, consigliere di maggioranza, ha deciso di non rinnovare la tessera del Pd, non riconoscendosi più nel suo progetto. In conformità a questa scelta, nelle settimane scorse ha comunicato ai colleghi la sua uscita dal gruppo. Angiolini, però, non ha intenzione di dimettersi: per rispetto al mandato elettorale creerà giovedì sera un altro gruppo, fuori dal centro sinistra e fuori dal Pd, sempre a sostegno di Sermenghi e della sua giunta. La ‘maggioranza bis’ è destinata a causare un cortocircuito: non è dato sapere se altri seguiranno Angiolini, decretando di fatto la fine dell’alleanza uscita vincitrice dalle elezioni del 2009. È facile immaginare chi possa aggiungersi a questa nuova creatura: le consigliere Alberoni e Da Re, tra le principali sostenitrici della politica di Sermenghi, sono i due nomi più gettonati nel centro sinistra.Dallo schieramento di opposizione potrebbe arrivare il sostegno del consigliere Marzaduri, ex Ds e ora in forza alla lista di civica di centrodestra, che ufficiosamente avvallerebbe la creazione di un nuovo gruppo che potrebbe significare, facendo qualche conto, la nascita di una maggioranza che non coinvolgerebbe il Partito Democratico. Prima di urlare al ribaltone, è bene ricordare che le possibilità elencate sopra sono ipotesi, e l’unica uscita data per certa dal gruppo è quella di Angiolini. Non è dato sapere la reazione di Sermenghi a queste fuoriuscite: un nuovo gruppo di sostegno, di sponda con l’opposizione, potrebbe fargli comodo, in vista dell’importante votazione del nuovo regolamento urbano edilizio (RUE) e delle modifiche al discusso POC del 2009, compresa la scelta di permettere agli abitanti di Fiesso di costruire nuovi immobili su terreni di loro proprietà, possibilità che la lista di centro destra sollecita da anni, e su cui il Pd è più dubbioso.
Sembra chiaro che il Pd non vedrebbe di buon occhio la creazione di un nuovo gruppo misto sulle ceneri della vecchia maggioranza e se, oltre ad Angiolini, altri due consiglieri dovessero lasciare il gruppo, i dirigenti potrebbero aprire una crisi destinata a mietere vittime. Se fino a qualche mese fa i due sfidanti si sono confrontati a distanza dentro lo stesso campo, in attesa dei momenti decisivi, ora sembrano voler uscire allo scoperto e regolare i conti in sospeso. Prima di questo episodio si attendeva il 2014, in attesa che il Pd decidesse se puntare o meno su Sermenghi per un eventuale secondo mandato, magari prima affidandosi al responso delle primarie (col rischio di promuovere un referendum pro o contro il primo cittadino), o scegliesse di rivolgersi a un altro candidato. Senza dimenticare l’ipotesi fanta-politica che vedrebbe il sindaco candidarsi contro il Pd con una lista sostenuta dai transfughi della centro sinistra a e dai civici del centrodestra. Tutto passa ora in secondo piano, poiché sembra a rischio anche la fine di questo mandato, se come è ormai chiaro i nodi verranno al pettine e le questioni saranno risolte a costo di drammatiche rotture. Il consiglio di giovedì può essere il Big Bang che farà deflagrare il centro sinistra, o la prima tappa di un lento logoramento destinato più o meno a generare i medesimi effetti. Un equilibrio così delicato non può che rischiare in ogni momento di saltare per aria, e finora ognuno si è ben guardato di fare la prima mossa, conscio che in questa estenuante lotta chi rompe per primo firma la propria condanna. Il passo indietro di Angiolini rischia di accelerare i tempi poiché nessuno, specie il sindaco, sembra più disposto a continuare questo matrimonio fittizio. L’appuntamento del metà mandato conferma la tesi: la giunta presenterà in maggio, in un consiglio comunale ad hoc al cinema Italia, il lavoro fatto in questa prima parte di percorso, mentre il Pd è ancora impegnato nelle consultazioni con iscritti e simpatizzanti e rinvierà un bilancio del lavoro svolto a dopo l’estate.
Molte cose sono andate storte tra il sindaco e il partito che lo ha scelto per correre alle elezioni 2009: la ratifica del Poc, già approvato dalla giunta Baruffaldi, in seguito disconosciuto e criticato dal primo cittadino; l’indicazione della regione di far coincidere i distretti sanitari alle unioni comunali, che ha messo di fronte Castenaso a una scelta: o il distretto di pianura Est o l’associazione comunale con San Lazzaro e Ozzano, destinata a diventare unione dopo quasi dieci anni di collaborazione. La maggioranza ha scelto compatta di rimanere nel distretto e cambiare unione comunale entro il 2013, anche in questo caso sembra però che la volontà di Sermenghi di varare il cambio immediatamente si sia scontrata con l’input del sindaco di San Lazzaro, e del Pd provinciale, di promuovere un passaggio graduale; La nuova proposta, a firma dell’assessore Biancoli, sul braccetto due bis della LungoSavena, che ha generato screzi con la provincia e anticipato la discussione sul nuovo percorso del Passante Nord, che coinvolgerebbe Villanova e su cui il sindaco si è detto totalmente contrario. Senza contare i proclami del primo cittadino contro l’inceneritore e le sue emissioni, aprendo alla proposta dei ‘grillini’ sul porta a porta. L’agenda amministrativa ha spesso sposato le tesi delle opposizioni prendendo in contropiede lo stesso Pd, ridotto a comparsa nelle scelte di governo, perso nelle divisioni di un gruppo consiliare poco attivo e spesso poco coinvolto dalla giunta.
I rapporti, anche personali, tra alcuni dirigenti del Pd (altresì membri del gruppo consiliare) e il gruppo legato al sindaco sono ormai irrecuperabili, tra accuse reciproche e dissidi su diverse tematiche: per il sindaco il partito è ancora legato alla precedente amministrazione, non si presta al confronto e non è al passo coi continui cambiamenti che questa crisi ha imposto agli enti locali. Secondo fonti provenienti dal partito, il sindaco fa proclami senza affrontare le questioni né condividere le decisioni con gli organi dirigenti e, nonostante asserisca di essere libero e controcorrente da imposizioni, avrebbe il sostegno di alcune personalità, in passato impegnate in ruoli di responsabilità all’interno della giunta, che influirebbero sulla sua azione amministrativa.
Molti cittadini dovrebbero essere messi a conoscenza dei meccanismi politici che anche a livello locale è normale incontrare, specie quelli che anticipano e spiegano un avvenimento di una certa entità. Nessuno sa cosa succederà al consiglio di giovedì, se le ipotesi sopra descritte si avverranno totalmente, in parte o per nulla. In realtà questo non è più importante. È necessario invece che le diatribe dentro la cosa pubblica, spesso inevitabili e in parte legittime, si risolvano in modo franco e senza ipocrisie, senza compromettere il percorso di legislatura votata dai cittadini. Forse si tratta di un auspicio fuori tempo massimo: motivo in più per cui, ora più che mai, i cittadini di Castenaso meritano chiarezza.
Aggiornamento: giovedì sera, al consiglio comunale, Paolo Angiolini è effettivamente uscito dal gruppo di centro sinistra, confermando, come già anticipato, il suo appoggio alla giunta e al sindaco. Dal primo cittadino Sermenghi, al capogruppo del Pd Magnani, al segretario Viti, tutti hanno espresso dispiacere per la scelta, lasciando le porte aperte alla possibilità di un eventuale ritorno, nel caso Angiolini cambiasse idea. Nessun altro, per ora, lo ha seguito, nonostante non manchino i segnali di irrequietezza da parte di altri consiglieri di maggioranza e anche di minoranza (un consigliere del gruppo Marchi Sindaco ha votato con il centrosinistra, nonostante la differente dichiarazione di voto del capogruppo). Nel giorno della resa dei conti l’atteggiamento dei contendenti è drasticamente cambiato, e lo spirito combattivo del 25 aprile ha lasciato spazio ai freddi calcoli e alle attente riflessioni sugli scenari futuri. Si sia trattato di un bluff, o di un’occasione mancata causa assenza di garanzie da parte dei protagonisti, la nascita di un’eventuale ‘maggioranza bis’ finora non si è verificata. Negli scenari locali non cambia nulla: l’obiettivo dell’articolo era descrivere il clima presente nella vita politica cittadina, clima che non è cambiato. Il rinvio delle decisioni drastiche non può che portare a due conclusioni. La prima è che il percorso del centro sinistra va avanti, non si sa per quanto, poiché un nuovo e partecipato gruppo misto avrebbe rappresentato la fine della maggioranza uscita dalle urne e un probabile stop ai lavori del consiglio da parte del Partito Democratico. La seconda riflessione non può che portare alla consapevolezza che il logoramento tra le due parti continua: non è dato ancora sapere fino a quanto potrà durare e a quali conseguenza porterà. Le diatribe interne al centro sinistra sono ben lontane da una soluzione e, che sia tra qualche settimana o nei mesi precedenti alle elezioni del 2014, sono destinate a tornare a galla. La speranza, come già ricordato, è che non interferiscano con l’azione amministrativa della giunta Sermenghi né sulle scelte che riguardano i cittadini di Castenaso.
Futuro cercasi
Qualche mese fa è uscito un piccolo libro di Romano Prodi, “Futuro cercasi”. Gentilmente regalatomi da un caro amico, condivido qui alcuni pensieri tratti dall’opera, sull’Europa, sulla politica, sul futuro.
I governi europei dovrebbero capire che la loro nazione, intesa come nazione che corre da sola, in questo mondo è finita. Se le nazioni europee, pur conservando la loro la propria identità, procedessero con progetti comuni, avrebbero invece un enorme spazio. Quando spiego ai miei studenti all’estero l’Unione Europea, con i suoi errori, le sue occasioni, dico che l’Europa tutta insieme è il più grande mercato del mondo, il più grande esportatore del mondo, accumula il più alto reddito del mondo, ma che agendo separatamente i paesi che la compongono non avranno la forza di conservare questo livello di ricchezza per il futuro. Se si unisce può trascinare il mondo, perché abbiamo ancora capacità tecnologiche, e allora possiamo davvero offrire ai giovani una strada.
Facendo un esame di coscienza, alla nostra generazione cosa si può imputare rispetto alla situazione attuale della giovane generazione?
Moltissimo: quella di non avere capito che tutte le energie andavano investite nella scuola. Questo è quello che secondo me si deve imputare, perché noi abbiamo ritenuto la scuola come una specie di routine e invece il domani è tutto fondato sul sapere. Inoltre, con il nostro cattivo esempio, li abbiamo allontanati dalla politica. L’idea che si possa fare senza politica fa morir dal ridere: la politica è il luogo delle decisioni che stanno ben al di sopra dell’economia. Anche se la parola ha assunto un significato sporco, un significato deteriore, cosa c’è di più grande della politica?
Quindi come fare perché la politica acquisti di nuovo appeal per i giovani?
Prima di tutto, rompere la catena che si è creata. La cattiva politica ha determinato l’allontanamento dei giovani dalla politica. è quindi necessario che i giovani, tutti insieme, capiscano che la loro partecipazione alla vita politica, con tutti i problemi che comporta, è indispensabile per la loro stessa ascesa, per la loro affermazione. Quando parlo di giovani e politica io non parlo soltanto di età. Parlo anche di freschezza intellettuale e di autonomia personale. Se un giovane entra in politica semplicemente perché fa il portaborse di uno più anziano non è un giovane, ma è un portaborse. Entra come anziano. La maggior parte dei nostri giovani sono entrati in politica come anziani. Quante volte ho detto ad alcuni giovani promettenti: “affermati prima nella tua professione”; “Entra forte con un tuo ruolo”, perché se poi ti va male, se poi trovi dei momenti duri – perché la politica è dura – “tu possiedi una tua professione e puoi salvare la tua dignità anche nei momenti difficili”. Se non hai questa forza sarai sempre vecchio, perché sarai sempre nelle mani di qualcuno. Questo i giovani che entrano in politica non lo capiscono quasi mai: il fascino della carriera prende anche loro. Entrano in quello che è il grande guaio della democrazia occidentale, quello che si chiama “il corto periodo”, ovvero pensare solo all’oggi, pensare solo alle elezioni. Dato che siamo sempre sotto elezioni, non pensiamo mai al domani, ma solo all’oggi. E il giovane entra in politica con questa idea di costruirsi il consenso per il successo di oggi. In questo modo non aiuterà mai se stesso e i suoi coetanei a crescere. Quello che dico ai giovani è: entrate in politica, ma non da vecchi. Perdete una battaglia dietro l’altra, ma accumulate forza ed esperienza, perché quando vincerete, vincerete voi, non per conto di altri. Ecco, questo secondo me è il rapporto giusto fra i giovani e la politica.
Tratto dal capitolo “Un cuore di industria e lavoro nel futuro dell’Europa”:
Prima di parlare dei problemi del nostro Paese vorrei ricordare a tutti che questa Europa è ancora il numero uno al mondo per Prodotto Interno Lordo, per produzione industriale, per esportazione e potremmo continuare con altri campi in cui tutti assieme siamo il numero uno nel mondo. è certo una consolazione, ma fa anche molta rabbia vedere come questi primati non contino nulla dal punto di vista politico. Siamo il numero uno in tanti campi ma stiamo perdendo il contatto con la storia Le nostre potenzialità sono ancora forti ma si stanno indebolendo giorno per giorno. Se leggiamo le cifre della crisi e analizziamo i dati degli ultimi anni l’Europa è quella che va più adagio e che si riprende più lentamente: non abbiamo né il ritmo asiatico né quello americano. La media della crescita europea è infinitamente più bassa se confrontata a quella di questi continenti. La crisi è stata generata dagli Stati Uniti ma scuote soprattutto l’Europa, proprio perché qui è mancata la forza delle decisioni politiche necessarie per reagire di fronte alle difficoltà. Arrivata la crisi noi abbiamo potuto assistere agli interventi di sostegno dell’economia da parte degli altri paesi, ma non abbiamo avuto alcun intervento organizzato da parte europea. Così ogni paese della Ue ha messo in atto la propria politica, e ogni rapporto con gli altri Paesi è stato dominato dall’accusa reciproca di non avere i bilanci in ordine. In questa maniera si insiste più sul freno che sulla spinta in avanti, per motivi assolutamente comprensibili; la divisione e l’aggressività della speculazione internazionale rende la politica dei governi , per definizione, conservatrice. Questa è la nostra prima assimetria nei confronti dei gravi problemi economici in cui ci troviamo: la mancanza di una politica industriale , fiscale e di bilancio che non solo sappia affrontare le emergenze – penso al caso della Grecia – ma che sappia dare al sistema la spinta di cui ha bisogno.
( … ) La nostra moneta unica, condizione essenziale della nostra forza futura, è entrata in un periodo di gravissima crisi. Da questa crisi si uscirà perché nessuno ha interesse che l’euro scompaia. Vorrei tuttavia ricordare che solo con l’euro la Germania ha cominciato ad accumulare un enorme surplus nella propria bilancia commerciale. Mi auguro perciò che la Germania non ceda al populismo montante di molti suoi cittadini ma persegua semplicemente i suoi interessi di lungo periodo. Per la Germania il costo della solidarietà è molto inferiore rispetto ai guadagni a lei derivanti dall’esistenza della moneta unica.
note: immagine da ilsussidiario.net
Tutto da rifare?
Il South Carolina si rivela fatale per il favorito Mitt Romney, sconfitto da Newt Gingrich nello stato che potrebbe riaprire la corsa alla nomination. Romney si avviava a conquistare il terzo stato su tre dall’inizio della contesa, ma in pochi giorni il riconteggio dei voti gli ha tolto la vittoria in Iowa (ieri ufficialmente assegnata a Santorum), e il recupero di Gingrich il trionfo in South Carolina, lasciandogli il solo New Hampshire. “Three states, three winners, one great country”, per usare le parole di Rick Santorum, un evento mai verificatosi nelle primarie repubblicane. Dal 1980, chi ha vinto qui ha poi conquistato la nomination repubblicana. è troppo presto per affermare che la regola sarà valida anche per Gingrich, ma è chiaro che l’ex speaker della Camera consegue un risultato straordinario, non si accontenta del recupero al fotofinish, e stravince: più di 230 mila voti, pari al 41%, che scavano un abisso tra sè e il 27% di Romney. Seguono a ruota Santorum, con il 17%, e il fanalino di coda Ron Paul, al 13%.
Nonostante il South Carolina sia uno stato molto conservatore, si è arrivati a questa tappa con un Romney in grande vantaggio, reduce dalla vittoria in New Hampshire. Le critiche riguardanti il suo rifiuto di pubblicare la dichiarazione dei redditi, insieme al sostegno dell’elettorato ai candidati più conservatori (fondamentale il ruolo delle chiese evangeliche, spine nel fianco per il mormone Romney), hanno fatto calare in fretta il suo gradimento nei sondaggi, dove è stato raggiunto da Gingrich prima del dibattito di giovedì a Charleston.
In questa occasione il neo vincitore ha dimostrato la sua abilità oratoria, mettendo in difficoltà l’ex governatore del Massachusetts e rispedendo al mittente, con veemenza, le domande della stampa sulla sua turbolenta vita affettiva (è al terzo matrimonio). Questa mossa ha risvegliato nei militanti del Gop un odio mai sopito: quello verso la stampa, accusata di essere faziosa e pro Obama. Gingrich, osannato dal pubblico per quello che è stato definito “l’attacco ai media più duro della storia elettorale americana”, è balzato in testa ai sondaggi, facendo presa sull’elettorato e riaprendo una corsa che fino a poche settimane fa lo vedeva prossimo al ritiro. Il 43% degli elettori avrebbe deciso chi votare negli ultimi giorni, in concomitanza con l’exploit di Gingrich, che ha sfruttato l’alta affluenza alle urne (oltre 500 mila persone). Addirittura la maggior parte dei network americani lo ha decretato vincitore alla chiusura delle urne, sulla base dei soli exit poll.
Nei discorsi seguenti al voto, Romney ha continuato a definirsi l’unico in grado di battere Obama, senza rendersi conto che dovrà sporcarsi le mani, soprattutto nei dibattiti, per rafforzare la sua corsa alla nomination, ora per nulla scontata. Resta il candidato più organizzato e credibile, ma è chiaro come basti un risultato negativo per far riaffiorare nell’elettorato conservatore i molti dubbi sulla sua candidatura, sostenuta più dall’establishment del partito che dal reale entusiasmo dei militanti. Gingrich invece ha cercato di monetizzare fin da subito il successo, complimentandosi con gli altri candidati e cercando l’appoggio ufficiale di Santorum e dei Tea Party, presentandosi come l’uomo in grado di unire le tante anime del partito. Ha criticato le scelte energetiche e la politica estera di Obama, definendolo “così debole che fa sembrare Jimmy Carter forte”. Ha ammesso di non avere le possibilità economiche e organizzative di Romney, ma si è detto convinto che, come dimostrato in South Carolina, “people power with the right ideas beats big money.”
Il prossimo appuntamento è in Florida, dove si vota il 31 gennaio. Nel frattempo i quattro candidati si sfideranno in due dibattiti televisivi, il 23 gennaio a Tampa (organizzato dalla NBC), e il 26 gennaio a Jacksonville (organizzato dalla CNN). In questo stato l’elettorato dovrebbe essere più congeniale a Romney, nonostante l’ex governatore Jeb Bush, membro di una delle più importanti famiglie repubblicane, nemica giurata di Gingrich, ha dichiarato oggi di voler rimanere neutrale, negando un endorsement a Romney che pareva scontato. La Florida assegna 50 delegati (ne servono più di mille per avere la maggioranza assoluta alla convention del partito) ed è un appuntamento importante, molto più degli early states, buoni soprattutto a tastare il polso dell’elettorato. Gli ultimi sondaggi vedono Romney avanti, con una distanza spesso in doppia cifra, ma dopo il South Carolina tutto è stato rimesso in discussione. Se Gingrich continua su questa strada, raccogliendo fondi e credibilità, può impensierirlo. Sarebbe fondamentale per lui riuscire ad attirare su di sé l’elettorato più vicino a Tea Party e chiese evangeliche, al di là di un eventuale ritiro di Santorum, che in Florida può ancora dire la sua. Rimane l’ultimo contendente, Ron Paul: non ha nessuna possibilità di raggiungere la nomination, ma continua la sua corsa da ‘indipendente’, senza alcuna intenzione di farsi da parte.
In questi giorni si rincorrono voci secondo cui possa esserci spazio per un nuovo candidato, soprattutto nel caso in cui Romney non riuscisse a mantenere il vantaggio in Florida e l’establishment non volesse virare su Gingrich. Il nome nuovo potrebbe essere il governatore dell’Indiana Mitch Daniels, che ha più volte smentito una sua discesa in campo ma che nei prossimi giorni godrà di molta visibilità in tutto il paese (avrà il compito di replicare al discorso sullo stato dell’Unione del presidente). L’ipotesi sembra lontana dalla realtà, ma il risultato di oggi ci dimostra come le primarie siano ricche di sorprese. Il cammino dei candidati continua, c’è ancora un favorito ma i rapporti di forza stanno cambiando. La Florida, da questo punto di vista, sarà crocevia fondamentale per le speranze dei contendenti.
Il passo indietro di Huntsman
Di seguito il mio primo pezzo su Daily Blog, per cui seguirò la sezione Esteri e in particolare, nei prossimi mesi, gli sviluppi delle elezioni presidenziali statunitensi.
In qualsiasi altra corsa alla nomination repubblicana Jon Huntsman avrebbe potuto ambire a un ruolo da protagonista: figlio di un ricco uomo d’affari e mormone moderato, ex amato governatore dello Utah e ambasciatore in Cina scelto dall’amministrazione democratica, Huntsman era un candidato capace che avrebbe potuto impensierire Barack Obama. Ma la polarizzazione dell’elettorato conservatore, schiacciato sui temi radicali dei militanti Tea party, ha di fatto escluso in partenza l’ex ambasciatore dalla corsa repubblicana, che non ha mai registrato un’impennata nel gradimento degli elettori conservatori. Nei Caucus dell’Iowa, in cui non ha fatto campagna, ha raccolto pochi e voti e in New Hampshire, stato in cui l’elettorato è mediamente più moderato e dove Huntsman ha investito molto, non è andato oltre il terzo posto.
“è giunto il momento di unirsi attorno al candidato che può battere Barack Obama. E quel candidato è Mitt Romney”, ha detto Matt Davis, il manager della campagna di Huntsman, annunciando il sostegno del proprio candidato al grande favorito di queste primarie. Decisione inaspettata (poche ore prima il più grande quotidiano del South Carolina, The State, aveva manifestato il sostegno alla sua corsa) ma ampiamente prevedibile, Huntsman ha deciso di fare un passo indietro: qualcuno ipotizza possa rifarsi sotto nel 2016, quando lo sfidante democratico non sarà Barack Obama e nel partito repubblicano, forse, l’influenza dell’ala radicale avrà perso appeal. Altri immaginano un piano B: l’ambizione di diventare, in caso di elezione di Romney alla Casa Bianca, segretario di Stato, ruolo che potrebbe calzargli a pennello.
Dopo quello dell’ex governatore del Minnesota Tim Pawlenty, il fronte moderato si consolida con l’appoggio di Huntsman, rafforzando la candidatura di Mitt Romney. Curiosa la situazione del ricco e moderato ex governatore del Massachussetts: ha vinto, con un risicato margine, i Caucus in Iowa e, più facilmente, le primarie in New Hampshire. Registra un netto vantaggio (più di venti punti) nei sondaggi in South Carolina, dove le consultazioni si svolgeranno sabato 21. Entro la fine di gennaio (il 31 ci sono le primarie in Florida), potrebbe già legittimare la propria candidatura, avviandosi verso ilSuperTuesday (il sei marzo, in cui si vota nella maggior parte degli stati) in una situazione di relativa tranquillità. Gli avversari, infatti, arrancano: Rick Santorum, sconfitto di misura in Iowa e in difficoltà in New Hampshire, ha ricevuto in questi giorni l’endorsement compatto del fronte evangelico, ma rimane indietro nei sondaggi. Newt Gingrich, anche lui sottotono finora, a meno di un risultato oltre ogni attesa sabato, potrebbe far convergere i propri voti proprio verso Santorum, in un’ipotetica alleanza alla destra di Romney. Rimangono il governatore del Texas Rick Perry, che non ha registrato successi in questo inizio di primarie e dovrebbe ritirarsi a breve, e Ron Paul, il candidato libertario e anti stato che continua ad avere un discreto seguito (soprattutto tra i giovani) ma non ha nessuna speranza di ottenere la candidatura, a causa delle sue delle sue posizioni. Prima delle consultazioni in South Carolina, è tempo di dibattiti tra candidati: questa sera su Fox News, dopodomani sulla CNN, in attesa che il terzo appuntamento elettorale chiarisca ancora di più la complicata situazione dei repubblicani: un partito che per battere Obama ha bisogno di un candidato capace di recuperare voti tra gli indipendenti, ma che al suo interno è ostaggio delle frange populiste che estremizzano il confronto e non aiutano a scegliere una persona in grado di contendere la presidenza ai democratici. Degno di nota finora il fatto che, nonostante le influenze dei Tea Party, sono stati proprio i candidati vicini a questo movimento i più in difficoltà: Cain si è ritirato prima di cominciare, Michelle Bachmann dopo l’Iowa, Perry e Gingrich lo faranno a breve. Il fronte moderato, invece, dopo le iniziali difficoltà si compatta attorno a Mitt Romney, il candidato ‘inevitabile’.
Si comincia
Cominciano domani, martedì 3 gennaio, le primarie del Partito Repubblicano per scegliere l’avversario di Barack Obama alle presidenziali statunitensi, il prossimo sei novembre. Si parte, come da tradizione, dai caucus in Iowa, le assemblee dove i candidati sono presentati dai sostenitori e poi votati per iscritto o per alzata di mano. Si prosegue il 10, con le primarie ‘classiche’ in New Hampshire, poi South Carolina e Florida fino al Super Tuesday di Marzo, giorno in cui presumibilmente conosceremo il vincitore della contesa, che sarà ufficializzato dalla convention repubblicana di Tampa, in Florida, in programma dal 27 agosto. Il cammino dei candidati è cominciato già da diversi mesi ma, ad essere sinceri, rischia di indicare il vincitore molto presto, nonostante il confronto sia stato finora molto incerto. La frase può apparire come un controsenso, ma non lo è. Cominciamo ad approfondire i profili dei candidati, e capiremo il perché.
L’ex senatore Rick Santorum è un esponente della destra religiosa americana con tutti i crismi: contrario all’aborto, sostenitore della preghiera nelle scuole e propugnatore del “disegno intelligente” creazionista, è dato in ascesa nei sondaggi dell’ultim’ora. Una tendenza che ha coinvolto finora quasi tutti i candidati, ognuno salito agli onori della cronaca e in vetta alle preferenze degli elettori per qualche settimana, poi ripiombato in fretta nelle posizioni iniziali.
Michelle Bachmann, deputata ultraconservatrice del Minnesota, è sostenuta dalla base del partito, i famigerati Tea Party. Ad agosto la Bachmann aveva vinto lo Straw Poll proprio in Iowa, ad Ames. Non si tratta di un sondaggio vero e proprio ma di una sorta di convention, molto attesa ma la cui reale importanza è parecchio contestata. Svolgendosi nel primo stato in cui si vota, ha avuto come risultato il lancio della candidatura di Bachmann, affossando ad esempio quella dell’ex governatore del Minnesota Tim Pawlenty, poi ritiratosi. Le speranze di vittoria della beniamina dei Tea Party sono durate poco, e da quel momento il suo gradimento è sceso fino alle ultime posizioni tra i candidati: nessuno la considera in corsa per la candidatura.
Jon Huntsman è l’ex, amatissimo, governatore dello Utah ed è stato nominato ambasciatore americano in Cina nel 2008 dall’amministrazione Obama, poco dopo il suo insediamento. La mossa, che alcuni allora ipotizzarono essere un tentativo da parte del nuovo presidente di sistemare altrove un possibile avversario scomodo, non ha sortito alcun effetto e a giugno Huntsman si è candidato: repubblicano moderato, favorevole ai matrimoni omosessuali ed ex governatore di uno stato che ha ben amministrato, Huntsman sarebbe un candidato in grado di impensierire Obama ma risulta indigesto alla maggior parte della base repubblicana, che finora non lo ha mai sostenuto, escludendolo dal ciclico momento di notorietà nei sondaggi che ha contraddistinto ogni candidato.
Il deputato Ron Paul è al terzo tentativo di candidatura, ultraconservatore in campo fiscale ma ultra libertario su molti altri temi: è a favore della legalizzazione della marijuana, a favore dell’abolizione della Federal Reserve e di un taglio drastico del budget federale, addirittura contro la legge sui diritti civili del 1964. Per la sua linea anti stato e contro le minoranze ha raccolto molti consensi nella destra Tea Party, che ha già sostenuto il figlio Rand nella corsa a senatore del Kentucky. Raccoglie molto seguito in Iowa, dove nei sondaggi è in lotta per le prime posizioni, ma è molto improbabile che riesca a rappresentare una proposta credibile per la nomination lungo tutta la campagna.
Era sceso in campo con molte aspettative, a metà agosto, il governatore del Texas Rick Perry (se n’era parlato anche qui). Il sostituto di George W. Bush alla guida del ‘Lone Star State’, dopo l’exploit di Bachmann, in autunno era in testa ai sondaggi: in questi anni il Texas, secondo stato per grandezza e popolazione tra quelli USA, ha trainato l’economia statunitense, con un buon livello di crescita e un basso tasso di disoccupazione (che a livello nazionale continua a essere il vero tallone d’achille di Obama). Perry sembrava essere il candidato perfetto, liberista in economia ma capace di raccogliere il sostegno anche dei Tea Party per le sue posizioni su immigrazione, aborto, omosessualità. Dopo i primi dibattiti, però, è risultato chiaro agli elettori che Perry non sarebbe riuscito a costruirsi un profilo forte per provare a sfidare Obama: troppo incerto e impacciato nelle uscite pubbliche, accusato di simpatie razziste, Perry ha subito l’ascesa di Herman Cain nei sondaggi e ha definitivamente compromesso la sua corsa quando, durante un dibattito, promise l’abolizione di tre ministeri in caso di elezione, ma ne dimenticò uno.
Perry ha provato a riderci sopra da Letterman, ma non sembra essere bastato a riconquistare gli indecisi.
Newt Gingrich è deputato da oltre trent’anni, fu presidente della Camera dei Rappresentanti dopo il successo repubblicano alle elezioni per il Congresso nel 1994, che mise la parola fine a quarant’anni di maggioranza democratica. Fu il grande protagonista dello scontro con l’amministrazione Clinton che provocò il blocco delle attività dello stato (quello a cui gli Usa rischiarono di giungere anche lo scorso agosto), azione che fece perdere consenso al Gop e permise una facile rielezione al presidente nel 1996. Anche lui ha avuto un momento di rapida ascesa nei sondaggi, tra novembre e dicembre, a causa delle difficoltà degli altri candidati e grazie alla sua capacità di fare sintesi tra le posizioni più estremiste e quelle più moderate nel partito. Fiammata durata poco, a causa di posizioni ondivaghe su alcuni temi specifici, di una reiterata infedeltà coniugale (si è sposato tre volte, la critica in Italia farebbe sorridere ma in America è un tema molto sentito) e di una vecchia consulenza milionaria da parte dell’istituto di credito immobiliare Freddie Mac, considerato un ente inutile e causa di spreco di ingenti risorse da parte dei repubblicani.
Compare nella foto sopra ma si è ritirato qualche settimana fa, travolto da alcuni scandali sessuali, Herman Cain. Anche il patron della catena Godfather’s Pizza a un certo punto era ben piazzato nei sondaggi (il suo “momento di notorietà” può essere collocato tra quello di Perry e quello di Gingrich), ma è stato costretto al ritiro dalle accuse di tre donne. Non prima però, di aver compromesso la sua corsa, con una delle migliori tra le gaffes di queste primarie.
Rimane un candidato: quello con la macchina organizzativa più forte, la somma dei finanziamenti più alta, l’unico rimasto stabilmente ai vertici dei sondaggi durante questi mesi, a volte offuscato dalle meteore entrate nella corsa ma poi subito sparite, l’unico candidato che può impensierire il presidente Obama: parliamo di Milt Romney , l’ex governatore del Massachussetts. Il candidato moderato per eccellenza, avversato dai Tea Party per la sua riforma sanitaria molto simile a quella di Obama. Ogni repubblicano però sa che l’unica strada per vincere le presidenziali passa da Romney, che addirittura in una rilevazione di Rasmussen è dato in vantaggio su Obama per 45 a 39. Nonostante ciò, per alcuni Romney non è considerato all’altezza, in un panorama comunque povero di candidati realmente credibili. Per questo nei mesi scorsi gli anchorman di destra hanno richiamato a gran voce candidature di qualità, come quelle del governatore dell’Indiana Mitch Daniels, del fratello di George Bush, Jeb, o del governatore del New Jersey Chris Christie. Nessuno ha voluto esporsi, forse per tentare una candidatura nel 2016 (senza l’ingombrante presenza di Obama come avversario), o per evitare di confrontarsi con un partito repubblicano che in questi due anni ha incluso al suo interno anime molto differenti e in perenne conflitto. il partito è molto diviso, e come abbiamo già visto il candidato più adatto a conquistare gli indecisi e la Casa Bianca risulta essere in difficoltà nelle primarie interne, dove conta di più la base (in questo caso una base polarizzata sui temi dei Tea Party) e trovano maggiore spazio posizioni più estreme e radicali. è il paradosso di cui parla Francesco Costa, per cui Romney, come sta ben facendo, non avrebbe interesse a corteggiare gli estremisti, e con la sua superiorità economica e organizzativa può permettersi di pianificare la vittoria alle primarie senza intaccare il suo profilo moderato, molto utile per la corsa alle presidenziali. In più, l’atteso sondaggio del Des Moines Register, l’ultimo prima dei caucus, vede Romney davantia tutti con il 24%, seguito da Santorum e Paul, in lotta per la seconda posizione. Per semplificare, Francesco Costa (uno da seguire attentamente per quanto riguarda le cose di oltreoceano) la mette così:
Se vince Romney, molto probabile, le primarie rischiano di finire prima di cominciare. Se vince Paul, molto improbabile, il New Hampshire sarà decisivo. Se vince Santorum, possibile, si ride.
La situazione quindi vede Romney, che ha investito molto in New Hampshire, possibile vincitore anche in Iowa, con la possibilità quindi di ipotecare in partenza la vittoria. Nel caso invece che l’ Iowa sorrida a Paul o a Santorum, improbabile ma non impossibile vista la formula dei caucus, New Hampshire (dove Romney ha investito molto), e poi South Carolina e Florida, saranno il terreno su cui si decideranno gli sviluppi della campagna. Se Romney uscisse dalle primarie repubblicane senza troppi spargimenti di sangue, Obama dovrebbe cominciare a preoccuparsi. Nonostante il presidente stia per superare il miliardo di dollari di finanziamenti e veda la disoccupazione in leggera diminuzione, ma ancora altissima (è scesa in un anno dal 9,8% al 8,6%), nel 2012 pagherà la delusione di molti elettori, soprattutto giovani, disincantati da un mandato per molti debole e inconcludente. Se Obama non brilla, il gradimento dei repubblicani è ancora più basso: le loro battaglie alla Camera a favore dei tagli alle tasse dei ceti abbienti e l’ostruzione alle proposte di Obama raccoglie ovunque molte critiche.Ai repubblicani manca un candidato forte che sappia tenere sotto la propria leadership le irrequietezze di un partito diviso, e sia capace poi conquistare un paese deluso. I movimenti di protesta come ‘Occupy Wall Street’, che sostiene la lotta alle diseguaglianze sociali ed economiche, hanno criticato in questi mesi il presidente, reo di essere stato troppo indulgente con il mondo finanziario americano. Ma questi movimenti sono lontani dai candidati repubblicani, e possono essere ancora una risorsa per Obama, se saprà riconquistarli costruendo una campagna aggressiva e coraggiosa improntata sulle loro tematiche. è soltanto una lontana ipotesi, ma il discorso del presidente a Osawatomie, in Kansas, dove 71 anni fa Theodore Roosvelt dichiarò guerra al capitalismo dei grandi monopoli, sembra sostenere questa possibilità. Il discorso è lungo ma molto bello, e ve lo consiglio.
Non voglio soffermarmi su Obama e sulla futura campagna elettorale, ci sarà tempo per approfondire il tema. Ora è tempo di primarie per il Gop, una contesa incerta per i tanti candidati che vogliono intercettare le volontà della base, con un vincitore designato a causa della superiorità economico-organizzativa e della credibilità all’esterno del partito. Al di là della polarizzazione interna sui vari contenuti, va ricordato che l’ultima volta che il partito d’opposizione ha conquistato la Casa Bianca (1980, 1992, 2000, 2008) ha sempre avuto un gradimento popolare superiore a quello del partito al potere: questa volta non è così. L’elettorato è deluso da una politica che non ha saputo costruire la ripresa dell’economia americana, e nessun candidato repubblicano ha finora espresso idee specifiche su questo tema, mentre i piani di Obama per stimolare l’occupazione sono bloccati dai veti dell’opposizione al Congresso. Le prime risposte sul futuro del paese arriveranno domani, prima tappa del cammino che porta alle presidenziali 2012.
note: la foto iniziale è tratta da www.iljournal.it
Il natale non è una data, è uno stato d’animo
Da qualche anno, in questo periodo, cerco di raccogliere alcune canzoni in un cd che regalo agli amici: non è solo un modo per risparmiare sui regali, ma anche una bella sfida per chi come me, appassionato di musica ma non troppo esperto, mescola insieme diversi generi e autori, cercando un risultato il più equilibrato possibile. La copertina, cioè la foto che vedete qui sopra, è di Luca Bortolotti, uno in gamba.
Non sono in grado di esprimere un parere sulla tracklist, giudicate voi. Intanto trovate qui sotto le canzoni, insieme ai consigli di un tizio che di queste cose se ne intende, il personaggio di un libro molto bello, e di un film un po’ meno bello.
Ah dimenticavo, auguri.
Charles Atlas – The Snow Before Us ( ‘Up In The Air’ soundtrack)
Beirut – East Harlem (The Rip Tide)
Ryan Adams – Dirty Rain (Ashes & Fire)
Eddie Vedder . Hard Sun (‘Into The Wild’ soundtrack)
John Lennon – Jealous Guy (Anthology disc 1)
Eeels – That Look You Give That Guy (Hombre Lobo)
Regina Spektor – Us (Soviet Kitsch)
The National – About Today (Cherry Tree)
Radiohead – Let Down (OK Computer)
George Harrison – Run Of The Mill (All Things Must Pass)
Beirut – Port Of Call (The Rip Tide)
Wilco – Muzzle Of Bees (A Ghost Is Born)
Morrissey – You Should Have Been Nice To Me ( Southpaw Grammar)
The Arcade Fire – Une Année Sans Lumiere (Funeral)
Il nuovo lotto 2 bis
Ha visto la luce tra lunedì e martedì, durante la commissione consiliare sul territorio e la prima tappa del tour delle frazioni, il nuovo piano strategico del traffico della giunta Sermenghi. La volontà è quella di offrire un’alternativa allo storico lotto 2 bis della LungoSavena, progettato per alleggerire il traffico sulla via San Vitale, in direzione Villanova.
“Mi sono stancato delle promesse dei politici”, esordisce il sindaco, “amo la verità e credo che in questo caso vada resa nota, anche se non piace: il lotto tre, decisivo per la viabilità di Villanova e necessario per i collegamenti al 2 bis, non è ancora stato messo in cantiere dal Comune di Bologna e, per i costi che comporta in questo momento, probabilmente non verrà mai realizzato”. “Perché dovremmo sforare il patto di stabilità”, tuona Sermenghi, “per un’opera di cui non conosciamo i tempi certi di realizzazione e i cui costi continuano a lievitare?”.
Da qui la volontà di esplorare percorsi alternativi, nel tentativo di risparmiare soldi e tempo: “All’inizio del 2010”, racconta l’assessore alla viabilità Alberto Biancoli, “avevamo avuto da Snam ed Hera la garanzia che le loro strutture situate nel percorso del lotto 2 bis sarebbero state spostate, cosa che non si è ancora verificata. Ora proviamo a disegnare un altro percorso e, dopo esserci confrontati con la cittadinanza, commissioneremo uno studio di fattibilità per verificare i costi dell’opera ”.
Il nuovo progetto prevede la realizzazione lungo la via San Vitale, all’altezza della zona Stellina, di una rotonda che, tramite un sovrappasso che superi la linea ferroviaria, sposti il traffico verso la via Bargello, che sarà allargata (da otto a undici metri) e potenziata con due rotonde, una all’inizio della via stessa e l’altra all’incrocio con via del Frullo. Il nuovo percorso si congiungerà poi con il lotto 4 della LungoSavena.
L’idea piace alla lista civica ‘Marchisindaco – Uniti per Castenaso’, che esprime apprezzamento riguardo la proposta della giunta per voce del capogruppo Mauro Mengoli: “si tratta di un progetto molto simile a quello presentato dal nostro gruppo anni fa, che venne bocciato dalla precedente giunta, probabilmente a causa della paternità della proposta. Ora finalmente il buonsenso ha prevalso, e ricominciamo a parlarne”. Dario Chiletti, del comitato di cittadini di Villanova che da anni si batte per il completamento della LungoSavena, è invece meno convinto: “il nuovo progetto risolverà forse i problemi di Castenaso, ma su quelli del centro di Villanova non influisce. Magari la nuova opera costerà meno, ma sarà anche meno efficace sul traffico della frazione”.
Il sindaco Sermenghi invita infine al dialogo e alla collaborazione: “nessuno vuole abbandonare il progetto LungoSavena, ma noi proponiamo un’idea alternativa che potrebbe offrire più certezze. La volontà è quella di confrontarci con tutti i cittadini”.
( per ‘il Resto del Carlino’ di giovedì 17/11/2011 )
Bologna Valley
Il pezzo di seguito è stato scritto per ’ Linkiesta ‘ circa un mese fa: non ho ancora ricevuto un feedback dalla redazione, lo condivido qui nel frattempo. Si tratta di un viaggio, interessante seppur parziale, nel mondo delle start up di Bologna. Il panorama della nostra città è molto ricco, nonostante spesso non se ne parli abbastanza. Datemi un parere sul pezzo e condividetelo, se vi va.
“Il motivo per cui abbiamo scelto di rimanere a fare impresa qui? Lo hai davanti” , confida Massimo Ciociola guardando Piazza Santo Stefano, “quello della Silicon Valley è un falso mito: nessun paese come l’Italia è così ‘inspiring’ , e chi gestisce una start up è sottoposto a così tante pressioni che ha bisogno di una buona qualità della vita per rendere al meglio”. Ciociola, ‘padre’ degli startupper bolognesi, è personaggio fuori dal comune: a soli vent’anni crea Wireless Solutions, acquistata da Dada nel 2003. Negli anni seguenti lavora per l’azienda di Firenze viaggiando in tutto il mondo, e nel gennaio 2010 comincia a lavorare alla sua nuova creatura: MusiXmatch. Dopo aver notato che la parola ‘lyrics’ è la più cliccata su google (oltre 350 milioni di ricerche al mese), Musixmatch crea il più grande database al mondo di distribuzione legale dei testi, stringendo accordi con le maggiori case discografiche, sviluppando un giro d’affari che va dagli Stati Uniti a Israele; l’idea piace, e il fondo Francesco Micheli Associati (il cofondatore di Fastweb) decide di investirvi 2.5 milioni di dollari: “agli imprenditori di questo tipo non importa nulla di manovre, scioperi e di ciò che avviene in questo paese, non ‘ci impatta’. Abbiamo uffici a Singapore, a Londra e a San Francisco, internet permette di bypassare i confini, lavorando in tutto il mondo ma continuando a vivere in una città dall’alta qualità della vita come Bologna”.
La tesi di Ciociola sposa i pregi del nostro paese ignorandone le difficoltà istituzionali e politiche, come vivesse in un altro luogo: “un po’ di amarezza per la situazione odierna resta. Tremonti taglia sviluppo e ricerca mentre ad esempio in Francia, dal 2007, si registrano dieci miliardi di investimenti in nuove imprese, dopo che Sarkozy ha deciso di detassare i venture capital e ha offerto loro la liquidità della cassa depositi. Questo paese ha le potenzialità giuste, e Bologna tutte le carte in regola per diventare un ecosistema florido per le start up”. La locale università resta un polo di attrazione fortissimo per le giovani menti, ma la città sembra non accorgersi delle tante realtà nate dal nulla sul territorio: come quella di Giacomo ‘Peldi’ Guilizzoni, che un paio d’anni fa con la sua Balsamiq Mockups ha creato il primo programma di grafica per assemblare interfaccia utenti e mettere in digitale la struttura di un software o un sito, raggiungendo subito un grande successo e rimanendo a vivere a Bologna, mentre la sede della sua attività si trova a San Francisco.
Lavorano a Bologna anche i ragazzi di Mopapp, che hanno ideato un programma che permette agli sviluppatori di applicazioni di monitorare le performance dei loro prodotti su più negozi on line,fornendo un unico spazio dove controllare i diversi parametri che misurano le loro prestazioni. Il lavoro è valso ai tre giovani, Alessandro Rizzoli, Federico Sita e Marco Bellinaso, il premio europeo Microsoft BizSpark, vinto a Bruxelles lo scorso giugno.
Altra realtà del panorama bolognese è Spreaker, una social web radio dove tutti i contenuti e i palinsesti sono creati dagli utenti e dove si possono condividere idee, approfondire dibattiti, informare ed informarsi a tempo di musica. È notizia di qualche settimana fa, ripresa da numerosi media americani molto interessati al progetto, che i due soci principali, Francesco Baschieri e Daniele Cremonini, hanno ricevuto un secondo round di finanziamenti da 1,1 milioni di dollari. Nel frattempo hanno aperto una sede a San Francisco, lavorando comunque a Bologna e cercando di fare per l’audio ciò che Youtube ha fatto per i video, fornendo uno strumento semplice e a disposizione dell’utente, utlizzato anche dai ribelli libici e dagli indignados spagnoli per diffondere i loro racconti via web.
Il panorama bolognese è davvero ricchissimo: da Mavigex, che lavora nel settore della mobile tv, a Mexage, specializzata in servizi sulla tecnologia wireless radiomobile, fino a Maptoapp, il cui servizio web consente agli utenti di creare la propria guida turistica personalizzata per Iphone e Android, e che nei mesi scorsi ha realizzato l’applicazione della guida per il Comune di Bologna. La città, che sabato 17 settembre ha inaugurato il più grande Apple Store in un centro storico italiano, sembra non capire che questi ragazzi possono dare vita a una piccola ‘valley’, se solo avessero la possibilità di fare network e trovassero sinergie con le realtà locali. In realtà un incubatore esiste, si trova alla facoltà di agraria e si chiama Almacube: è stato lanciato nel 2001 dall’università di Bologna, dalla fondazione Cassa di Risparmio e dalla fondazione Almamater, e i numeri parlano di circa cinquanta realtà imprenditoriali supportate in dieci anni, con oltre dieci milioni di euro di fatturato: “il nostro è un consorzio di imprese senza fini di lucro, che offre un luogo di lavoro e incontro alle giovani start up”, racconta il referente Fabrizio Bugamelli, “la realtà è che il tema dell’innovazione d’impresa non è mai permeato nel tessuto della città, manca da parte delle istituzioni il tentativo di coordinare i movimenti e offrire progetti ambiziosi da condividere con gli attori protagonisti”.
“Almacube è una realtà conveniente”, racconta Francesco Baschieri di Spreaker, “ Il problema di fondo e’ che ospita aziende che non hanno troppo in comune e quindi non si riescono a creare sinergie. Occorrerebbe uno spazio di co working dedicato alle aziende Consumer Web, dove pensare di inventare qualcosa avendo ambizioni globali. Un open space dove sia possibile incontrarsi e scambiare pareri ed esperienze in un cammino comune, un Pier 38 in salsa bolognese”.
“La mentalità sta cambiando anche qui”, confessa Federico Sita di Mopapp, “la spinta viene dalle tante persone che ci stanno provando dal basso, senza una regia pubblica. A un certo punto del cammino, però, serve un sostegno da parte delle istituzioni, magari non tramite finanziamenti (su cui gli enti esigono delle garanzie), ma offrendo un luogo in cui poter lavorare, eventi a tema sponsorizzati e sostenuti e una rete di professionisti fruibile facilmente, per far fronte alla mole di burocrazia che regna in questo paese”.
In tal senso, alcuni giovani imprenditori hanno intrecciato un dialogo con l’assessore regionale Muzzarelli, su cui finora non ci sono stati sviluppi. Servono passi concreti: creare un fondo di investimento misto pubblico privato, enti locali che garantiscano la burocrazia necessaria per aprire una srl in poco tempo e dedichino una parte dei propri bandi alle start up, e fondi di garanzia per ottenere crediti bancari. La città continua a far finta di nulla, quando potrebbe essere un centro di investimento importante in materia, osservando l’alternarsi di sindaci disinteressati o assenti, fino all’odierno primo cittadino Virginio Merola: “piuttosto che perdersi nelle solite polemiche”, conclude Ciociola, “organizzi a Bologna un festival delle start up da tutto il mondo, attragga talenti qui e ci offra uno spazio dove lavorare. Vogliamo confrontarci pubblicamente con amministratori così incompetenti sui temi della tecnologia, che per dimostrare di conoscere il web pensano basti un tweet o un check-in su four square. Bologna oggi è una città ferma. nel 1995, quando arrivai dalla Puglia, era il posto migliore dove avere un’idea: è tempo che ritorni ad esserlo”.




