Archive for the ‘Pol’ Category
ILLUMInazioni 2011
Il sottoscritto e Paolo Brasa, promettente artista del florido panorama castenasense, qualche settimana fa si sono diretti alla biennale dell’arte ‘ILLUMInazioni 2011′, a Venezia. Nonostante la toccata e fuga in giornata, siamo riusciti a vedere quasi tutto e abbiamo messo insieme un piccolo commento-cronaca, che riporto qui. Spero che chi legga possa aggiungere impressioni sulla mostra. Il post inaugura la categoria ‘Pol’ , che ogni tanto interverrà sul blog per commentare mostre o incontri artistici, o postare fotografie o immagini delle sue opere (chi volesse aggiungersi e dare il suo contributo al blog è il benvenuto). Oltre al pezzo, sono riuscito a inserire una galleria fotografica della Biennale, la trovate nella colonna qui a destra ( photos ). Scusate se il risultato è un po’ raffazzonato ma il web editor del blog è fuggito in Silicon Valley. Per lui, come per noi, sono tempi duri.
La Biennale di Venezia è da sempre specchio del panorama artistico internazionale e mostra il meglio che ogni Paese riesce a offrire in quel momento, senza risparmiare critiche politiche alla società contemporanea. Da qualche edizione l’impressione che suscita la Biennale è negativa, pervasa da un sottile ma diffuso vuoto interiore, come se ci si trovasse davanti una mescolanza di simulacri svuotati del loro significato e abbandonati a sé stessi, pronti a stupire e lasciar passare.
“Non ragioniam di lor, ma guarda e passa” diceva Dante, ed è un po’ quello che accade quando si visita la Biennale. Le opere in mostra sono tantissime (forse troppe), e la visita risulta dispersiva perché nel tentativo di vedere tutto ci si sofferma poco sulle singole opere. Da questo punto di vista funzionano molto bene i padiglioni di Gran Bretagna, Germania, Svizzera, Svezia, Francia e Grecia perché il loro spazio è già opera d’arte, così che la gente possa camminarvi al suo interno, facendo della visita stessa un’esperienza. Pochi, in questi padiglioni, i quadri o le sculture esposti, mentre molto spazio e attenzione sono rivolti alla struttura dell’ambiente. Molto minimale il padiglione svedese, curiosa e intrigante la labirintica casa della Gran Bretagna, imponente e crudo il padiglione tedesco, al cui interno è stata ricostruita una chiesa con tanto di rimando al nazismo. La Svizzera presenta invece una raccolta, tra pop e dadaismo, di oggetti di vita quotidiana incartati con carta stagnola, cellophane e scotch da pacchi, per nasconderne l’identità e rivelarne la forma (operazione che ricorda molto gli impacchettamenti di Man Ray e Cristo/Jean Claude). Il padiglione israeliano affronta invece un tema politico, proponendo un ambiente a due piani interamente occupato da un fitto reticolo di grosse condutture per l’acqua, corredate da colonne alte fino al soffitto e da contatori funzionanti. Una riflessione sull’acqua tanto preziosa e spesso oggetto di guerre e contese politiche.
Nel complesso, la visita ai Giardini della Biennale è quasi piacevole, con un moto di sorpresa nel vedere che un writer notturno ha lasciato alcuni segni del proprio passaggio sui vari padiglioni. Così il padiglione greco, allestito e allagato per raccontare un periodo di crisi di identità storica e sociale, si ritrova una bella scritta nera a bomboletta spray sulla sommità della facciata frontale che recita SOLD OUT, tutto esaurito. Lo stand della Germania invece trova il proprio nome modificato, con la sostituzione delle prime tre lettere, il cui risultato è eloquente: EGOmania.
L’Arsenale rappresenta uno spazio interessante, con diverse stanze allestite come un ambiente unico e curate da un singolo artista per ogni Paese: il visitatore si ritrova così a esplorare luoghi incredibili e surreali. Passando da una stanza all’altra, però, si incontrano anche numerose sculture, video o quadri abbastanza deludenti e di poco rilievo. Alcune cose già viste, forzatamente contemporanee nella loro ostentata concettualità e troppo poco espressive per poter attirare un visitatore inesperto nel campo dell’arte contemporanea.
Nell padiglione italiano invece, il tanto acclamato Vittorio Sgarbi segue l’abitudine dei nostri rappresentanti politici a livello internazionale e fa sfigurare il nostro Paese: l’allestimento dei quadri è asfittico e opprimente, non c’è spazio né respiro per ogni singola opera e anche la scelta degli artisti e dei loro lavori risulta molto arbitraria e poco armonica. Piuttosto che una rappresentanza della migliore arte italiana contemporanea si tratta della celebrazione di un sistema italianissimo, formato da quelle raccomandazioni attraverso cui si muove tutto il mondo del lavoro e dell’arte: ogni sedicente intellettuale coinvolto da Sgarbi doveva infatti presentare un artista da far esporre, ma nella lista troviamo autori presentati da personaggi che poco hanno a che fare con l’arte (come Gianni Letta e Corrado Augias). Il padiglione ‘L’arte non è cosa nostra’ riesce in un solo intento: testimoniare al suo interno la confusione e la disillusione che regnano sovrane nel nostro paese, senza rispetto per spazi e regole e senza una direzione precisa per il proprio futuro.
In conclusione, si ha l’impressione che la Biennale, nel tentativo di costruirsi un profilo di superiorità e ricercatezza, sia sempre più lontana dalle persone e dalla gente comune e che, seguendo la tendenza dell’arte contemporanea, risulti sempre più un luogo di difficile comprensione per chi non fa parte di questo sistema. Vale la regole che non si può far parte dell’ambiente intellettuale e artistico contemporaneo se non si è vista la Biennale, anche spesso tocca farsela piacere per forza. Se non si capisce qualcosa si è tacciati di ignoranza, mentre magari è l’opera che comunica male o, forse, non ha molto da comunicare. La Biennale è diventata un luogo che vuole stupire i visitatori con effetti speciali e grandissime installazioni, ambienti interi ricreati e opere sensazionali ma, oltre a questo aspetto scenografico, delle opere esposte rimane poco. Alcuni ambienti costituiscono delle grandi esperienze, ma tutto il resto è un po’ fine a sé stesso e autoreferenziale. Questa biennale rappresenta l’arte che parla di sé stessa e che da anni non si rivolge più alla gente per comunicare importanti valori e riflessioni, diventando semplicemente riflessione semiotica sul proprio sistema.

