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Tutto da rifare?
Il South Carolina si rivela fatale per il favorito Mitt Romney, sconfitto da Newt Gingrich nello stato che potrebbe riaprire la corsa alla nomination. Romney si avviava a conquistare il terzo stato su tre dall’inizio della contesa, ma in pochi giorni il riconteggio dei voti gli ha tolto la vittoria in Iowa (ieri ufficialmente assegnata a Santorum), e il recupero di Gingrich il trionfo in South Carolina, lasciandogli il solo New Hampshire. “Three states, three winners, one great country”, per usare le parole di Rick Santorum, un evento mai verificatosi nelle primarie repubblicane. Dal 1980, chi ha vinto qui ha poi conquistato la nomination repubblicana. è troppo presto per affermare che la regola sarà valida anche per Gingrich, ma è chiaro che l’ex speaker della Camera consegue un risultato straordinario, non si accontenta del recupero al fotofinish, e stravince: più di 230 mila voti, pari al 41%, che scavano un abisso tra sè e il 27% di Romney. Seguono a ruota Santorum, con il 17%, e il fanalino di coda Ron Paul, al 13%.
Nonostante il South Carolina sia uno stato molto conservatore, si è arrivati a questa tappa con un Romney in grande vantaggio, reduce dalla vittoria in New Hampshire. Le critiche riguardanti il suo rifiuto di pubblicare la dichiarazione dei redditi, insieme al sostegno dell’elettorato ai candidati più conservatori (fondamentale il ruolo delle chiese evangeliche, spine nel fianco per il mormone Romney), hanno fatto calare in fretta il suo gradimento nei sondaggi, dove è stato raggiunto da Gingrich prima del dibattito di giovedì a Charleston.
In questa occasione il neo vincitore ha dimostrato la sua abilità oratoria, mettendo in difficoltà l’ex governatore del Massachusetts e rispedendo al mittente, con veemenza, le domande della stampa sulla sua turbolenta vita affettiva (è al terzo matrimonio). Questa mossa ha risvegliato nei militanti del Gop un odio mai sopito: quello verso la stampa, accusata di essere faziosa e pro Obama. Gingrich, osannato dal pubblico per quello che è stato definito “l’attacco ai media più duro della storia elettorale americana”, è balzato in testa ai sondaggi, facendo presa sull’elettorato e riaprendo una corsa che fino a poche settimane fa lo vedeva prossimo al ritiro. Il 43% degli elettori avrebbe deciso chi votare negli ultimi giorni, in concomitanza con l’exploit di Gingrich, che ha sfruttato l’alta affluenza alle urne (oltre 500 mila persone). Addirittura la maggior parte dei network americani lo ha decretato vincitore alla chiusura delle urne, sulla base dei soli exit poll.
Nei discorsi seguenti al voto, Romney ha continuato a definirsi l’unico in grado di battere Obama, senza rendersi conto che dovrà sporcarsi le mani, soprattutto nei dibattiti, per rafforzare la sua corsa alla nomination, ora per nulla scontata. Resta il candidato più organizzato e credibile, ma è chiaro come basti un risultato negativo per far riaffiorare nell’elettorato conservatore i molti dubbi sulla sua candidatura, sostenuta più dall’establishment del partito che dal reale entusiasmo dei militanti. Gingrich invece ha cercato di monetizzare fin da subito il successo, complimentandosi con gli altri candidati e cercando l’appoggio ufficiale di Santorum e dei Tea Party, presentandosi come l’uomo in grado di unire le tante anime del partito. Ha criticato le scelte energetiche e la politica estera di Obama, definendolo “così debole che fa sembrare Jimmy Carter forte”. Ha ammesso di non avere le possibilità economiche e organizzative di Romney, ma si è detto convinto che, come dimostrato in South Carolina, “people power with the right ideas beats big money.”
Il prossimo appuntamento è in Florida, dove si vota il 31 gennaio. Nel frattempo i quattro candidati si sfideranno in due dibattiti televisivi, il 23 gennaio a Tampa (organizzato dalla NBC), e il 26 gennaio a Jacksonville (organizzato dalla CNN). In questo stato l’elettorato dovrebbe essere più congeniale a Romney, nonostante l’ex governatore Jeb Bush, membro di una delle più importanti famiglie repubblicane, nemica giurata di Gingrich, ha dichiarato oggi di voler rimanere neutrale, negando un endorsement a Romney che pareva scontato. La Florida assegna 50 delegati (ne servono più di mille per avere la maggioranza assoluta alla convention del partito) ed è un appuntamento importante, molto più degli early states, buoni soprattutto a tastare il polso dell’elettorato. Gli ultimi sondaggi vedono Romney avanti, con una distanza spesso in doppia cifra, ma dopo il South Carolina tutto è stato rimesso in discussione. Se Gingrich continua su questa strada, raccogliendo fondi e credibilità, può impensierirlo. Sarebbe fondamentale per lui riuscire ad attirare su di sé l’elettorato più vicino a Tea Party e chiese evangeliche, al di là di un eventuale ritiro di Santorum, che in Florida può ancora dire la sua. Rimane l’ultimo contendente, Ron Paul: non ha nessuna possibilità di raggiungere la nomination, ma continua la sua corsa da ‘indipendente’, senza alcuna intenzione di farsi da parte.
In questi giorni si rincorrono voci secondo cui possa esserci spazio per un nuovo candidato, soprattutto nel caso in cui Romney non riuscisse a mantenere il vantaggio in Florida e l’establishment non volesse virare su Gingrich. Il nome nuovo potrebbe essere il governatore dell’Indiana Mitch Daniels, che ha più volte smentito una sua discesa in campo ma che nei prossimi giorni godrà di molta visibilità in tutto il paese (avrà il compito di replicare al discorso sullo stato dell’Unione del presidente). L’ipotesi sembra lontana dalla realtà, ma il risultato di oggi ci dimostra come le primarie siano ricche di sorprese. Il cammino dei candidati continua, c’è ancora un favorito ma i rapporti di forza stanno cambiando. La Florida, da questo punto di vista, sarà crocevia fondamentale per le speranze dei contendenti.
9/11
Sono già passati dieci anni. Tutti ricordiamo dove eravamo quel giorno, i momenti di terrore e di spavento. Fu il peggior modo di iniziare il nuovo secolo, preambolo a due guerre probabilmente inutili. In quei giorni, come tanti, mi ricordo arrabbiato, lessi ‘La rabbia e l’orgoglio‘ di Oriana Fallaci e ne espressi pareri molto più favorevoli di quelli che esprimerei ora. Ma ogni azione comporta delle conseguenze, e le scelte di George W. Bush dopo quel giorno parlano da sè: un paese ferito che scelse di evitare il dialogo, alimentare contrapposizioni e criminalizzare l’islam in ogni sua componente. L’Afghanistan, poi l’Iraq, con le ricadute, soprattutto economiche, che vediamo ancora adesso nel tessuto statunitense. Poi è arrivata una persona , e qualcosa è cambiato, ma i fronti restano aperti e dieci anni dopo l’America non ha ancora deciso di disfarsi dell’ombra dell’undici settembre.
Mercoledì, sul Guardian , un bell’articolo di Jonathan Freedland titolava ‘We need to declare the end of 9/11 era‘. Il titolo della graphic novel di Art Spiegelman sull’undici settembre, ’in the shadow of no towers‘ , è citato dall’autore per raccontare quell’ombra in cui ci siamo persi in questi dieci anni: “but it’s time we escaped it“.
”the realm of politics needs to move on. Osama Bin Laden is dead; George Bush and Tony Blair are long gone from office. The two 9/11 wars, in Iraq and Afghanistan, are not over, but both we have a timetable for troops to come home“.
L’odiosa definizione ‘guerra al terrore‘ è finalmente stata messa da parte, e Al Qaeda è stata notevolmente indebolita in questi anni. Ma si tratta di una vittoria ancora lontana dall’essere formalizzata, durante un percorso che è costato vittime, soldi e un passo indietro in materia di cultura e diritti umani il cui simbolo, Guantanamo Bay, è ancora visibile e operativo, nonostante le promesse di chiusura da parte di Obama. Una paura diffusa verso il diverso, diritti umani calpestati, il tentativo di raccogliere le varie controversie internazionali sotto il cappello della guerra al terrorismo jihadista. Sono stati dieci anni buttati.
Per ironia della sorte, in quest’anno i paesi medio orientali hanno vissuto un cambiamento radicale, ma Al Qaeda non centrava nulla. Le rivolte nei paesi arabi, se sostenute dall’Occidente e trasportate sui binari della democrazia, possono essere il deterrente maggiore per la nascita di nuove cellule terroristiche decise a minare il dialogo tra le culture come ha fatto George Bush. Quel dialogo sembra ritornato sui binari della civiltà, e “forse questa è l’occasione per pensare diversamente da come abbiamo fatto finora, l’occasione per reinventarci il futuro e non rifare il cammino che ci ha portato all’oggi e potrebbe domani portarci al nulla” , come diceva Tiziano Terzani nello splendido ‘Lettere contro la guerra‘.
Bisogna celebrare questa giornata, con rispetto verso i morti di quei giorni e delle guerre seguenti. Ma è ora di guardare avanti, una nuova alba può nascere solo pensando a un nuovo modello di sviluppo, che deve essere trainato dagli Stati Uniti lavorando su due aspetti fondamentali: una economia e una politica estera sostenibili e disposte a cambiare. Per quanto riguarda quell’ombra che aleggia su di noi ormai da dieci anni, invece, “we ought to close this sorry and bloody chapter, and bury the mentality it created“.
