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9/11
Sono già passati dieci anni. Tutti ricordiamo dove eravamo quel giorno, i momenti di terrore e di spavento. Fu il peggior modo di iniziare il nuovo secolo, preambolo a due guerre probabilmente inutili. In quei giorni, come tanti, mi ricordo arrabbiato, lessi ‘La rabbia e l’orgoglio‘ di Oriana Fallaci e ne espressi pareri molto più favorevoli di quelli che esprimerei ora. Ma ogni azione comporta delle conseguenze, e le scelte di George W. Bush dopo quel giorno parlano da sè: un paese ferito che scelse di evitare il dialogo, alimentare contrapposizioni e criminalizzare l’islam in ogni sua componente. L’Afghanistan, poi l’Iraq, con le ricadute, soprattutto economiche, che vediamo ancora adesso nel tessuto statunitense. Poi è arrivata una persona , e qualcosa è cambiato, ma i fronti restano aperti e dieci anni dopo l’America non ha ancora deciso di disfarsi dell’ombra dell’undici settembre.
Mercoledì, sul Guardian , un bell’articolo di Jonathan Freedland titolava ‘We need to declare the end of 9/11 era‘. Il titolo della graphic novel di Art Spiegelman sull’undici settembre, ’in the shadow of no towers‘ , è citato dall’autore per raccontare quell’ombra in cui ci siamo persi in questi dieci anni: “but it’s time we escaped it“.
”the realm of politics needs to move on. Osama Bin Laden is dead; George Bush and Tony Blair are long gone from office. The two 9/11 wars, in Iraq and Afghanistan, are not over, but both we have a timetable for troops to come home“.
L’odiosa definizione ‘guerra al terrore‘ è finalmente stata messa da parte, e Al Qaeda è stata notevolmente indebolita in questi anni. Ma si tratta di una vittoria ancora lontana dall’essere formalizzata, durante un percorso che è costato vittime, soldi e un passo indietro in materia di cultura e diritti umani il cui simbolo, Guantanamo Bay, è ancora visibile e operativo, nonostante le promesse di chiusura da parte di Obama. Una paura diffusa verso il diverso, diritti umani calpestati, il tentativo di raccogliere le varie controversie internazionali sotto il cappello della guerra al terrorismo jihadista. Sono stati dieci anni buttati.
Per ironia della sorte, in quest’anno i paesi medio orientali hanno vissuto un cambiamento radicale, ma Al Qaeda non centrava nulla. Le rivolte nei paesi arabi, se sostenute dall’Occidente e trasportate sui binari della democrazia, possono essere il deterrente maggiore per la nascita di nuove cellule terroristiche decise a minare il dialogo tra le culture come ha fatto George Bush. Quel dialogo sembra ritornato sui binari della civiltà, e “forse questa è l’occasione per pensare diversamente da come abbiamo fatto finora, l’occasione per reinventarci il futuro e non rifare il cammino che ci ha portato all’oggi e potrebbe domani portarci al nulla” , come diceva Tiziano Terzani nello splendido ‘Lettere contro la guerra‘.
Bisogna celebrare questa giornata, con rispetto verso i morti di quei giorni e delle guerre seguenti. Ma è ora di guardare avanti, una nuova alba può nascere solo pensando a un nuovo modello di sviluppo, che deve essere trainato dagli Stati Uniti lavorando su due aspetti fondamentali: una economia e una politica estera sostenibili e disposte a cambiare. Per quanto riguarda quell’ombra che aleggia su di noi ormai da dieci anni, invece, “we ought to close this sorry and bloody chapter, and bury the mentality it created“.
