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Come tenere vivo il sogno americano
In questi mesi ho seguito con interesse il percorso che porterà, martedì 6 novembre, alla nomina del nuovo Commander in Chief degli Stati Uniti d’America, e svelerà finalmente il vincitore dell’avvincente duello che oppone il presidente in carica Barack Obama allo sfidante repubblicano Mitt Romney. Oltre a qualche commento estemporaneo sul mio profilo Twitter, e alcuni articoli sulle primarie repubblicane su Dailyblog (il sito è scomparso, ma potete trovare qualche mio contributo qui, qui e qui) mi sono divertito a raccogliere qualche curiosità a stelle e strisce, in maggior parte video o foto, sul mio profilo di Google Plus. Immagino già le due rimostranze che avrete da farmi, ovvero che mi diverto con poco ma soprattutto che sono forse l’unico su questo pianeta che utilizza G+ con costanza, ma posso spiegare. Il titolo sotto cui ho raccolto queste “puntate” è evocativo, “Come tenere vivo il sogno americano”, ma spesso non riguarda questioni troppo serie: si tratta semplicemente di una raccolta di azioni del presidente Obama, le più curiose e le più simpatiche ma anche quelle su cui pochi si erano sbilanciati prima di lui, quelle che in questi anni hanno tenuto alto il suo gradimento, specialmente al di fuori dei confini americani, al netto delle difficoltà incontrate dalle sue politiche economiche o delle frequenti critiche ricevute dall’opposizione repubblicana. Quelle azioni che hanno aiutato a migliorare il profilo internazionale dell’America dopo gli otto complicati anni di George W. Bush, e che hanno reso Obama il presidente più fotogenico, il più cool, uno degli aspetti grazie a cui all’estero e in alcune aree americane ha ricevuto un appoggio e una fiducia spesso incondizionata, al di là dei risultati non sempre positivi della sua presidenza. Per le riflessioni riguardo l’election day, quindi, rimando ai prossimi giorni. Intanto, però, in ordine non cronologico e senza criteri di scelta precisi, ecco tutte le puntate raccolte insieme.
Barack Obama canta il ritornello di Sweet Home Chicago” a un evento alla Casa Bianca
Il presidente premia Paul Mc Cartney durante i Kennedy Center Honors alla Casa Bianca (dove Sir Paul ha cantato Michelle)
“Voglio sapere se i miei capelli sono proprio come i tuoi”
(foto presa da Il Post, scattata dal fotografo ufficiale della Casa Bianca, Pete Souza)
La storica dichiarazione di supporto ai matrimoni gay del presidente, seguendo la vecchia regola del “When in trouble, go big”, che spiega qui Francesco Costa
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Obama e Twitter, un grande amore ( “I’m the master tweeter!”)
Aung San Suu Kyi accolta nello studio ovale da Bo, il cane di famiglia
(foto da www.whitehouse.gov)
Il presidente alle prese con la marshmellow gun
La risposta di Obama al “discorso alla sedia vuota” di Clint Eastwood alla Convention repubblicana di Tampa
(foto da www.globaldispatch.com)
Altra prova canora: si tratta di un omaggio ad Al Green, e alla sua Let’s stay together
I consigli per San Valentino
La visita al museo “Henry Ford” a Deaborn, in Michigan, in cui Obama si è seduto sull’autobus in cui il primo dicembre del 1955 Rosa Parks rifiutò di alzarsi e cedere il suo posto a un passeggero bianco.
(foto di Macon Phillips, responsabile New Media della Casa Bianca, presa da Il Post)
Anche i presidenti si divertono, ma serve il fotografo giusto
(foto di Pete Souza, prese da Il Post)
Si comincia
Cominciano domani, martedì 3 gennaio, le primarie del Partito Repubblicano per scegliere l’avversario di Barack Obama alle presidenziali statunitensi, il prossimo sei novembre. Si parte, come da tradizione, dai caucus in Iowa, le assemblee dove i candidati sono presentati dai sostenitori e poi votati per iscritto o per alzata di mano. Si prosegue il 10, con le primarie ‘classiche’ in New Hampshire, poi South Carolina e Florida fino al Super Tuesday di Marzo, giorno in cui presumibilmente conosceremo il vincitore della contesa, che sarà ufficializzato dalla convention repubblicana di Tampa, in Florida, in programma dal 27 agosto. Il cammino dei candidati è cominciato già da diversi mesi ma, ad essere sinceri, rischia di indicare il vincitore molto presto, nonostante il confronto sia stato finora molto incerto. La frase può apparire come un controsenso, ma non lo è. Cominciamo ad approfondire i profili dei candidati, e capiremo il perché.
L’ex senatore Rick Santorum è un esponente della destra religiosa americana con tutti i crismi: contrario all’aborto, sostenitore della preghiera nelle scuole e propugnatore del “disegno intelligente” creazionista, è dato in ascesa nei sondaggi dell’ultim’ora. Una tendenza che ha coinvolto finora quasi tutti i candidati, ognuno salito agli onori della cronaca e in vetta alle preferenze degli elettori per qualche settimana, poi ripiombato in fretta nelle posizioni iniziali.
Michelle Bachmann, deputata ultraconservatrice del Minnesota, è sostenuta dalla base del partito, i famigerati Tea Party. Ad agosto la Bachmann aveva vinto lo Straw Poll proprio in Iowa, ad Ames. Non si tratta di un sondaggio vero e proprio ma di una sorta di convention, molto attesa ma la cui reale importanza è parecchio contestata. Svolgendosi nel primo stato in cui si vota, ha avuto come risultato il lancio della candidatura di Bachmann, affossando ad esempio quella dell’ex governatore del Minnesota Tim Pawlenty, poi ritiratosi. Le speranze di vittoria della beniamina dei Tea Party sono durate poco, e da quel momento il suo gradimento è sceso fino alle ultime posizioni tra i candidati: nessuno la considera in corsa per la candidatura.
Jon Huntsman è l’ex, amatissimo, governatore dello Utah ed è stato nominato ambasciatore americano in Cina nel 2008 dall’amministrazione Obama, poco dopo il suo insediamento. La mossa, che alcuni allora ipotizzarono essere un tentativo da parte del nuovo presidente di sistemare altrove un possibile avversario scomodo, non ha sortito alcun effetto e a giugno Huntsman si è candidato: repubblicano moderato, favorevole ai matrimoni omosessuali ed ex governatore di uno stato che ha ben amministrato, Huntsman sarebbe un candidato in grado di impensierire Obama ma risulta indigesto alla maggior parte della base repubblicana, che finora non lo ha mai sostenuto, escludendolo dal ciclico momento di notorietà nei sondaggi che ha contraddistinto ogni candidato.
Il deputato Ron Paul è al terzo tentativo di candidatura, ultraconservatore in campo fiscale ma ultra libertario su molti altri temi: è a favore della legalizzazione della marijuana, a favore dell’abolizione della Federal Reserve e di un taglio drastico del budget federale, addirittura contro la legge sui diritti civili del 1964. Per la sua linea anti stato e contro le minoranze ha raccolto molti consensi nella destra Tea Party, che ha già sostenuto il figlio Rand nella corsa a senatore del Kentucky. Raccoglie molto seguito in Iowa, dove nei sondaggi è in lotta per le prime posizioni, ma è molto improbabile che riesca a rappresentare una proposta credibile per la nomination lungo tutta la campagna.
Era sceso in campo con molte aspettative, a metà agosto, il governatore del Texas Rick Perry (se n’era parlato anche qui). Il sostituto di George W. Bush alla guida del ‘Lone Star State’, dopo l’exploit di Bachmann, in autunno era in testa ai sondaggi: in questi anni il Texas, secondo stato per grandezza e popolazione tra quelli USA, ha trainato l’economia statunitense, con un buon livello di crescita e un basso tasso di disoccupazione (che a livello nazionale continua a essere il vero tallone d’achille di Obama). Perry sembrava essere il candidato perfetto, liberista in economia ma capace di raccogliere il sostegno anche dei Tea Party per le sue posizioni su immigrazione, aborto, omosessualità. Dopo i primi dibattiti, però, è risultato chiaro agli elettori che Perry non sarebbe riuscito a costruirsi un profilo forte per provare a sfidare Obama: troppo incerto e impacciato nelle uscite pubbliche, accusato di simpatie razziste, Perry ha subito l’ascesa di Herman Cain nei sondaggi e ha definitivamente compromesso la sua corsa quando, durante un dibattito, promise l’abolizione di tre ministeri in caso di elezione, ma ne dimenticò uno.
Perry ha provato a riderci sopra da Letterman, ma non sembra essere bastato a riconquistare gli indecisi.
Newt Gingrich è deputato da oltre trent’anni, fu presidente della Camera dei Rappresentanti dopo il successo repubblicano alle elezioni per il Congresso nel 1994, che mise la parola fine a quarant’anni di maggioranza democratica. Fu il grande protagonista dello scontro con l’amministrazione Clinton che provocò il blocco delle attività dello stato (quello a cui gli Usa rischiarono di giungere anche lo scorso agosto), azione che fece perdere consenso al Gop e permise una facile rielezione al presidente nel 1996. Anche lui ha avuto un momento di rapida ascesa nei sondaggi, tra novembre e dicembre, a causa delle difficoltà degli altri candidati e grazie alla sua capacità di fare sintesi tra le posizioni più estremiste e quelle più moderate nel partito. Fiammata durata poco, a causa di posizioni ondivaghe su alcuni temi specifici, di una reiterata infedeltà coniugale (si è sposato tre volte, la critica in Italia farebbe sorridere ma in America è un tema molto sentito) e di una vecchia consulenza milionaria da parte dell’istituto di credito immobiliare Freddie Mac, considerato un ente inutile e causa di spreco di ingenti risorse da parte dei repubblicani.
Compare nella foto sopra ma si è ritirato qualche settimana fa, travolto da alcuni scandali sessuali, Herman Cain. Anche il patron della catena Godfather’s Pizza a un certo punto era ben piazzato nei sondaggi (il suo “momento di notorietà” può essere collocato tra quello di Perry e quello di Gingrich), ma è stato costretto al ritiro dalle accuse di tre donne. Non prima però, di aver compromesso la sua corsa, con una delle migliori tra le gaffes di queste primarie.
Rimane un candidato: quello con la macchina organizzativa più forte, la somma dei finanziamenti più alta, l’unico rimasto stabilmente ai vertici dei sondaggi durante questi mesi, a volte offuscato dalle meteore entrate nella corsa ma poi subito sparite, l’unico candidato che può impensierire il presidente Obama: parliamo di Milt Romney , l’ex governatore del Massachussetts. Il candidato moderato per eccellenza, avversato dai Tea Party per la sua riforma sanitaria molto simile a quella di Obama. Ogni repubblicano però sa che l’unica strada per vincere le presidenziali passa da Romney, che addirittura in una rilevazione di Rasmussen è dato in vantaggio su Obama per 45 a 39. Nonostante ciò, per alcuni Romney non è considerato all’altezza, in un panorama comunque povero di candidati realmente credibili. Per questo nei mesi scorsi gli anchorman di destra hanno richiamato a gran voce candidature di qualità, come quelle del governatore dell’Indiana Mitch Daniels, del fratello di George Bush, Jeb, o del governatore del New Jersey Chris Christie. Nessuno ha voluto esporsi, forse per tentare una candidatura nel 2016 (senza l’ingombrante presenza di Obama come avversario), o per evitare di confrontarsi con un partito repubblicano che in questi due anni ha incluso al suo interno anime molto differenti e in perenne conflitto. il partito è molto diviso, e come abbiamo già visto il candidato più adatto a conquistare gli indecisi e la Casa Bianca risulta essere in difficoltà nelle primarie interne, dove conta di più la base (in questo caso una base polarizzata sui temi dei Tea Party) e trovano maggiore spazio posizioni più estreme e radicali. è il paradosso di cui parla Francesco Costa, per cui Romney, come sta ben facendo, non avrebbe interesse a corteggiare gli estremisti, e con la sua superiorità economica e organizzativa può permettersi di pianificare la vittoria alle primarie senza intaccare il suo profilo moderato, molto utile per la corsa alle presidenziali. In più, l’atteso sondaggio del Des Moines Register, l’ultimo prima dei caucus, vede Romney davantia tutti con il 24%, seguito da Santorum e Paul, in lotta per la seconda posizione. Per semplificare, Francesco Costa (uno da seguire attentamente per quanto riguarda le cose di oltreoceano) la mette così:
Se vince Romney, molto probabile, le primarie rischiano di finire prima di cominciare. Se vince Paul, molto improbabile, il New Hampshire sarà decisivo. Se vince Santorum, possibile, si ride.
La situazione quindi vede Romney, che ha investito molto in New Hampshire, possibile vincitore anche in Iowa, con la possibilità quindi di ipotecare in partenza la vittoria. Nel caso invece che l’ Iowa sorrida a Paul o a Santorum, improbabile ma non impossibile vista la formula dei caucus, New Hampshire (dove Romney ha investito molto), e poi South Carolina e Florida, saranno il terreno su cui si decideranno gli sviluppi della campagna. Se Romney uscisse dalle primarie repubblicane senza troppi spargimenti di sangue, Obama dovrebbe cominciare a preoccuparsi. Nonostante il presidente stia per superare il miliardo di dollari di finanziamenti e veda la disoccupazione in leggera diminuzione, ma ancora altissima (è scesa in un anno dal 9,8% al 8,6%), nel 2012 pagherà la delusione di molti elettori, soprattutto giovani, disincantati da un mandato per molti debole e inconcludente. Se Obama non brilla, il gradimento dei repubblicani è ancora più basso: le loro battaglie alla Camera a favore dei tagli alle tasse dei ceti abbienti e l’ostruzione alle proposte di Obama raccoglie ovunque molte critiche.Ai repubblicani manca un candidato forte che sappia tenere sotto la propria leadership le irrequietezze di un partito diviso, e sia capace poi conquistare un paese deluso. I movimenti di protesta come ‘Occupy Wall Street’, che sostiene la lotta alle diseguaglianze sociali ed economiche, hanno criticato in questi mesi il presidente, reo di essere stato troppo indulgente con il mondo finanziario americano. Ma questi movimenti sono lontani dai candidati repubblicani, e possono essere ancora una risorsa per Obama, se saprà riconquistarli costruendo una campagna aggressiva e coraggiosa improntata sulle loro tematiche. è soltanto una lontana ipotesi, ma il discorso del presidente a Osawatomie, in Kansas, dove 71 anni fa Theodore Roosvelt dichiarò guerra al capitalismo dei grandi monopoli, sembra sostenere questa possibilità. Il discorso è lungo ma molto bello, e ve lo consiglio.
Non voglio soffermarmi su Obama e sulla futura campagna elettorale, ci sarà tempo per approfondire il tema. Ora è tempo di primarie per il Gop, una contesa incerta per i tanti candidati che vogliono intercettare le volontà della base, con un vincitore designato a causa della superiorità economico-organizzativa e della credibilità all’esterno del partito. Al di là della polarizzazione interna sui vari contenuti, va ricordato che l’ultima volta che il partito d’opposizione ha conquistato la Casa Bianca (1980, 1992, 2000, 2008) ha sempre avuto un gradimento popolare superiore a quello del partito al potere: questa volta non è così. L’elettorato è deluso da una politica che non ha saputo costruire la ripresa dell’economia americana, e nessun candidato repubblicano ha finora espresso idee specifiche su questo tema, mentre i piani di Obama per stimolare l’occupazione sono bloccati dai veti dell’opposizione al Congresso. Le prime risposte sul futuro del paese arriveranno domani, prima tappa del cammino che porta alle presidenziali 2012.
note: la foto iniziale è tratta da www.iljournal.it
9/11
Sono già passati dieci anni. Tutti ricordiamo dove eravamo quel giorno, i momenti di terrore e di spavento. Fu il peggior modo di iniziare il nuovo secolo, preambolo a due guerre probabilmente inutili. In quei giorni, come tanti, mi ricordo arrabbiato, lessi ‘La rabbia e l’orgoglio‘ di Oriana Fallaci e ne espressi pareri molto più favorevoli di quelli che esprimerei ora. Ma ogni azione comporta delle conseguenze, e le scelte di George W. Bush dopo quel giorno parlano da sè: un paese ferito che scelse di evitare il dialogo, alimentare contrapposizioni e criminalizzare l’islam in ogni sua componente. L’Afghanistan, poi l’Iraq, con le ricadute, soprattutto economiche, che vediamo ancora adesso nel tessuto statunitense. Poi è arrivata una persona , e qualcosa è cambiato, ma i fronti restano aperti e dieci anni dopo l’America non ha ancora deciso di disfarsi dell’ombra dell’undici settembre.
Mercoledì, sul Guardian , un bell’articolo di Jonathan Freedland titolava ‘We need to declare the end of 9/11 era‘. Il titolo della graphic novel di Art Spiegelman sull’undici settembre, ’in the shadow of no towers‘ , è citato dall’autore per raccontare quell’ombra in cui ci siamo persi in questi dieci anni: “but it’s time we escaped it“.
”the realm of politics needs to move on. Osama Bin Laden is dead; George Bush and Tony Blair are long gone from office. The two 9/11 wars, in Iraq and Afghanistan, are not over, but both we have a timetable for troops to come home“.
L’odiosa definizione ‘guerra al terrore‘ è finalmente stata messa da parte, e Al Qaeda è stata notevolmente indebolita in questi anni. Ma si tratta di una vittoria ancora lontana dall’essere formalizzata, durante un percorso che è costato vittime, soldi e un passo indietro in materia di cultura e diritti umani il cui simbolo, Guantanamo Bay, è ancora visibile e operativo, nonostante le promesse di chiusura da parte di Obama. Una paura diffusa verso il diverso, diritti umani calpestati, il tentativo di raccogliere le varie controversie internazionali sotto il cappello della guerra al terrorismo jihadista. Sono stati dieci anni buttati.
Per ironia della sorte, in quest’anno i paesi medio orientali hanno vissuto un cambiamento radicale, ma Al Qaeda non centrava nulla. Le rivolte nei paesi arabi, se sostenute dall’Occidente e trasportate sui binari della democrazia, possono essere il deterrente maggiore per la nascita di nuove cellule terroristiche decise a minare il dialogo tra le culture come ha fatto George Bush. Quel dialogo sembra ritornato sui binari della civiltà, e “forse questa è l’occasione per pensare diversamente da come abbiamo fatto finora, l’occasione per reinventarci il futuro e non rifare il cammino che ci ha portato all’oggi e potrebbe domani portarci al nulla” , come diceva Tiziano Terzani nello splendido ‘Lettere contro la guerra‘.
Bisogna celebrare questa giornata, con rispetto verso i morti di quei giorni e delle guerre seguenti. Ma è ora di guardare avanti, una nuova alba può nascere solo pensando a un nuovo modello di sviluppo, che deve essere trainato dagli Stati Uniti lavorando su due aspetti fondamentali: una economia e una politica estera sostenibili e disposte a cambiare. Per quanto riguarda quell’ombra che aleggia su di noi ormai da dieci anni, invece, “we ought to close this sorry and bloody chapter, and bury the mentality it created“.
Obama, Perry e il 2012
Barack Obama, dice Politico , ha scritto una lettera allo speaker della camera Jim Boehner e al leader del senato Harry Reid, in cui annuncia per il prossimo mercoledì il suo major economic speech prima della riapertura delle camere. Il discorso, dopo i festeggiamenti per il Labour day, darà spazio al piano per l’occupazione su cui il presidente punta molto, volto a concordare proposte bipartisan a favore della middle class, per ridurre il deficit e stimolare nuova occupazione. Tema fondamentale quest’ultimo, poiché il tasso di disoccupazione è alto fin dall’inizio della presidenza Obama ( tra l’otto e il nove per cento) e, dai tempi di Roosevelt, nessun presidente è mai stato rieletto con un tasso, nell’election day, superiore ai sette punti.
Il presidente Obama, tornato dal viaggio nel Midwest a bordo di uno spettrale bus alla ricerca del dialogo perduto coi lavoratori americani, ha dichiarato: “It is our responsibility to find bipartisan solutions to help grow our economy, and if we are willing to put country before party, I am confident we can do just that”.
Un ottimismo lodevole ma lontano dalla realtà, visti i continui ricatti della destra Tea Party dopo la conquista della maggioranza alla camera, ricatti che hanno rischiato di portare il governo centrale al default nei primi giorni di agosto, fomentando una politica del muro contro muro molto rischiosa.
Tea party che saranno decisivi anche nella scelta del candidato repubblicano: il favorito al momento sembra essere Rick Perry, governatore del Texas, ex collaboratore di Al Gore e vice di George Bush jr. Perry è entrato da poco nella corsa alla nomination, ma risulta più affidabile di Michele Bachmann (altro simbolo dei Tea Party) e più agguerrito di Milt Romney, candidato moderato dato per favorito fino a poche settimane fa, superato nei sondaggi dallo stesso Perry in questi giorni.
Anche lo staff di Obama, riorganizzatosi da tempo a Chicago e impegnato in una raccolta fondi finora molto soddisfacente, è convinto che lo sfidante nel novembre 2012 sarà Perry, scrive oggi Guido Moltedo su Europa .
è troppo presto per fare previsioni, ma è innegabile che Perry incarni un profilo forte, capace di raccogliere ampio consenso all’interno del partito per la nomination e poi in grado di mettere in difficoltà Obama nell’election day: Romney, per quanto possa attirare voti dagli indecisi in un ipotetico duello con Obama, è troppo moderato per uscire indenne dalla lotta all’interno del GOP ( ad esempio la sua riforma sanitaria, approvata da governatore del Massachussetts, era molto ‘obamiana’ ), mentre Michele Bachmann non avrebbe speranze in un duello con Obama: meglio Perry allora, portatore sano del ‘modello Texas’ , grande accusatore degli sprechi di Washington (ricordiamo i suoi attacchi ad Obama e a Bernanke in questi giorni) e leader populista che, in un generale clima di disaffezione verso la politica e il governo centrale da parte di una larga fetta dell’elettorato, può raccogliere molti consensi.
Le primarie repubblicane sono ancora lontane dall’avere un vincitore e una conclusione, ma il presidente è da tempo in campo per garantirsi una rielezione che sarà più difficile di quanto si pensi da raggiungere. Il dibattito verterà sul nuovo rischio di recessione da parte degli Stati Uniti, la mancanza di crescita e di lavoro. A nulla servirà sottolineare l’imponente lavoro di Obama in politica estera, dalla primavera araba al dialogo con la Cina, dall’uccisione di Bin Laden all’impegno nelle guerre decise da Bush. I repubblicani vanno all’assalto di un presidente ormai identificato con le oligarchie politiche ed economiche che hanno messo in difficoltà gli Stati Uniti, svuotato da quella carica di idealismo e cambiamento promesso nel 2008 e mai del tutto messo in atto.
‘It’s the economy, stupid!” , è la frase che usano gli addetti ai lavori per sottolineare il tema cardine per il 2012, e non è mai stato così vero: mancano quattordici mesi alle elezioni, la presidenza è di nuovo contendibile e Obama, per quanto favorito, dovrà faticare parecchio per la rielezione.
update: il discorso è stato spostato a giovedì . I repubblicani parlano di problemi organizzativi, ma il realtà la sera stessa è previsto un dibattito tra i candidati repubblicani, il primo a cui parteciperà Rick Perry. La Casa Bianca in serata ha spostato tutto a giovedì (giorno in cui inizia l’ NFL, quindi altra giornata complicata).







